La caduta di Kruscev nell’ottobre 1964 resta uno dei capitoli più strani e meno raccontati della storia sovietica. Dietro la versione ufficiale — Cuba, l’agricoltura, il culto della personalità — c’è un episodio quasi ridicolo, che quasi nessuno conosce, e che ha probabilmente deciso i tempi del colpo

«Vi diamo cento bombe H, un corridoio attraverso l’Unione Sovietica, e voi tedeschi ripulite i cinesi».
Ci sono figure che, vai a sapere perché, la storia gratifica di un’aura di simpatia e di benevolenza, che spesso nasce da ragioni non troppo dissimili da quelle per cui un attore diventa più famoso e più amato di un altro, o un influencer raggiunge milioni di followers e i suoi colleghi. Papa Giovanni XXIII, Kennedy, Berlinguer, Gorbaciov o, nella sua epoca, Kruscev, sono entrati in questa cerchia di privilegiati. Altri, hanno preso il cappello nero del cattivo, spesso con la stessa profondità di ragioni. Il caso di Kruscev è particolarmente interessante, specie per uno come me, le cui radici stanno nell’Ungheria schiacciata dai tank di Kruscev, allora ai primi passi della “distensione”. Ancora più interessante è che questo “moderato” segretario generale della “distensione” e della destalinizzazione sia diventato l’unico segretario generale del PCUS defenestrato nel pieno del suo potere. Un incidente che altrettanto miracolosamente e incomprensibilmente non gli è costato né il gulag né la vita. Solo una prematura e già meritata pensione lontano dagli occhi e dalle leve del potere. La frase che citiamo all’inizio potrebbe essere il detonatore di questa esplosione misteriosa, silenziosa, letale e mai efficacemente spiegata.
L’inciampo dell’imperatore rosso
La frase esce dalla bocca di Aleksej Adzhubei, genero di Nikita Kruscev, in un boccale di birra bavarese, davanti a Franz Josef Strauss, il falco della CDU/CSU. È l’estate del 1964. Adzhubei ride, beve, parla. Non sa che un microfono dei servizi polacchi sta registrando ogni parola. Solo tre mesi dopo, il 14 ottobre, Kruscev viene destituito: sarà la prima e unica volta nella storia del PCUS.

È uno dei momenti più strani della storia sovietica, e anche uno dei meno capiti. Non perché manchino le spiegazioni — ce ne sono fin troppe, e sono tutte vere a metà — ma perché quella buona è rimasta per anni chiusa in un archivio di Varsavia, non di Mosca. A tirarla fuori, nel 2001, è stato lo storico Douglas Selvage in un working paper per il Woodrow Wilson Center, The Warsaw Pact and Nuclear Nonproliferation, 1963-1965. È un paper autorevolissimo, ma dimenticato. Nel 2001 la storia era stata già scritta, i documentari mandati in onda. Tornarci sopra era faticoso. Ma chi legge Boomerissimo.it è abituato a scoprire il lato meno conosciuto e più illogico di cose che si credevano note. Può accettare un fatto quasi assurdo: la vera miccia della caduta di Kruscev fu un genero indiscreto che, in due settimane a Bonn, riuscì a fare più danni di un intero apparato di controspionaggio occidentale.
Un impero meno impero di quanto sembrava
Per comprendere questa storia occorre innanzitutto smontare un’altra idea pigra che ci portiamo dietro da sempre: quella di un Patto di Varsavia come ordinato e obbediente allineamento di soldatini, dove Mosca ordina e i satelliti eseguono. Gli archivi aperti dopo la Guerra Fredda raccontano una realtà molto diversa, quasi opposta. Polonia e Germania Est, i due alleati più fedeli e più “ortodossi” — non la solita Romania ribelle — avevano una loro politica e un loro progetto, spesso in rotta di collisione tra loro e soprattutto con Mosca, e sapevano come farla pesare. In questo caso, quell’agenda finì per essere fatale al capo del Cremlino.

Nel 1963 il nodo diventò la “distensione” con gli USA voluta da Mosca. L’ossessione per la rottura con la Cina, il terrore di un “campo socialista” con due teste, aveva portato l’Urss a una decisione di portata storica. L’accettazione della Multilateral Force: il progetto NATO che avrebbe dato alla Germania Ovest un accesso di fatto alle armi nucleari. Si poteva chiudere un occhio con gli americani, se serviva a contenere i cinesi. Era un negoziato che passava sopra la testa di Varsavia e Berlino Est, e li allarmava parecchio. Erano regimi instabili, senza un vero consenso. L’abbandono di Mosca avrebbe significato la fine. Władysław Gomułka soffriva più di altri di questo terrore. Quando all’inizio di ottobre 1963 il segretario polacco riceve un memorandum sovietico che apre alla MLF, convoca un politburo d’emergenza e scrive a Kruscev una lettera durissima, datata 8 ottobre: qualsiasi concessione sui missili nucleari tedeschi è dipinta come una resa unilaterale che regala a Bonn un ricatto atomico contro l’intero blocco. Kruscev manda a Varsavia il viceministro Kuznecov. Non serve a niente. A gennaio 1964 i due si vedono in segreto a Łańsk, in Polonia orientale, e la riunione degenera: Kruscev difende il riavvicinamento con Bonn e minaccia un attacco nucleare alla Cina se Pechino dovesse varcare il confine. Gomułka torna a casa convinto che il suocero d’Europa, come lo chiamerà presto tutta Varsavia, stia per svenderli. Ulbricht gioca una partita diversa, ma altrettanto ostile. Gli importa che Mosca stia trattando con Bonn senza consultare la DDR, mettendo a rischio quel riconoscimento internazionale che Berlino Est insegue da anni come condizione di sopravvivenza. Quando a fine marzo 1964 trapela che Kruscev ha invitato il cancelliere Erhard a Mosca, la Germania Est si precipita a chiedere un trattato di amicizia bilaterale, per sentirsi meno tagliato fuori. Sono due alleati, ma per Kruscev diventano due nemici, convinti che il segratario sovietico sia diventato un ostacolo alla loro stessa esistenza.
Il passo falso che serviva
Tutta questa ostilità resta gestibile per Kruscev fino al passo falso che tuti stanno aspettando, in Europa come in Urss. L’inciampo arriva, per puro caso, grazie al genero sbagliato.

Adzhubei arriva a Bonn il 20 luglio 1964. Non è un diplomatico di carriera: è il direttore di Izvestija, un uomo che beve troppo, come molti nell’elite sovietica, e che è abituato a dire ad alta voce quello che il suocero pensa solo in privato. Già nel 1962, a una festa per i cinquant’anni di Pravda, aveva liquidato Ulbricht, il segretario tedesco, dicendo che non aveva “un solo pensiero fresco” — una frase che a Berlino Est non era passata inosservata. A Bonn, in due settimane, tra incontro ufficiali e conversazioni “private” con giornalisti e industriali tedeschi, Adzhubei fa una collezione di gaffe, e i servizi polacchi registrano tutto. Sul Muro di Berlino sentenzia che quando suo “papà” verrà in visita e vedrà quanta amicizia c’è, lo tirerà giù. Su Ulbricht si lascia sfuggire che non vivrà a lungo, ha un cancro. Liquida i polacchi, dicendo che se Varsavia mai provasse a uscire dal blocco, si potrebbe restituire un pezzo di territorio alla Germania, cominciando dal porto di Stettino. E per finire in bellezza c’è la frase delle cento bombe H, detta a Strauss davanti alla birra.Gomułka, il segretatio polacco, riesce a far registrare tutto, trascrive i nastri e protesta formalmente a Mosca. Yuri Andropov, il capo del KGB, va di persona a Varsavia ad ascoltarli.Non sono chiacchiere da salotto. Sono la prova che Kruscev sta per tradire gli interessi vitali di due alleati fedelissimi senza nemmeno avvertirli. La prova arrivò proprio mentre, a Mosca, il lavorio per disarcionare Kruscev era già a uno stadio avanzato: Suslov, Brežnev e Kosygin stanno preparando il terreno da settimane per un’operazione impossibile, mai riuscita in Urss. Il viaggio di Adzhubei offre al complotto l’arma che cerca. Quando Suslov, l’ideologo sovietico, il gran sacerdote rosso, attacca Kruscev davanti al Comitato Centrale, la missione del genero viene citata esplicitamente come prova di un modo sconsiderato di condurre la politica estera, senza consultare né il Presidium né gli alleati.
Endgame
È la fine di Kruscev, che cade il14 ottobre 1964 Kruscev cade. Due giorni dopo la Cina fa esplodere la sua prima bomba atomica. Il 15 novembre Mosca pubblica una dura dichiarazione contro la MLF. A gennaio 1965 Polonia, DDR e Unione Sovietica trovano finalmente una linea comune sulla non proliferazione. Adzhubei non fu l’unica causa della caduta. Ma la caduta non ci sarebbe stata senza il viaggio sconsiderato di un genero ubriaco. Lo conferma qualcuno che di queste cose ha sempr capito tutto: il ministro degli Esteri Gromyko. Interrogato sulla fine di Kruscev rispose senza tanti giri di parole: perché aveva mandato Adzhubei a Bonn.
Dopo la caduta del suocero, Adzhubei perse la direzione di Izvestija e la firma sui giornali. Passò più di vent’anni ai margini, fino alla riabilitazione con la perestrojka. Morì a Mosca il 19 marzo 1993, a 68 anni. Non sempre la storia cambia per grandi disegni, strategie elaborate. Può cambiare per un uomo che, con una birra in mano, dimentica di essere ascoltato dai paesi “amici”.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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