Solo sei puntate con Micheli, Boldi, Marchini e Pescucci. E quel DJ di Radio Bitonto Libera che aveva un piano matrimoniale molto preciso
La televisione nel 1980 non era ancora mio dominio, almeno la sera. Ma dato che i miei andavano praticamente a letto con le galline (mio padre si alzava alle 5 per andare a lavorare), gran parte della serata televisiva era appannaggio di noi giovani.

La domenica sera, si cercava qualcosa che facesse ridere, in considerazione della tragedia che ci aspettava: lunedรฌ, scuola.
Esperimenti anni 80
Nel 1980 la televisione stava cambiando. Lโanno prima era andato in onda Luna Park con Baudo a dirigere il traffico di tanti comici nuovi che sarebbero poi diventati colonne del nostro cinema da lรฌ a poco. Le tv locali davano voce a chiunque avesse una camera e un po’ di faccia tosta, e la Rai, su Rete, 2 osรฒ provare a fare qualcosa di diverso. Alle 20.40 della domenica arrivรฒ A tutto Gag. Durรฒ solo sei puntate, un esperimento firmato da Ferruccio Fantone e Romolo Siena, che ne curรฒ anche la regia.
La prima puntata andรฒ in onda il 17 febbraio 1980, l’ultima a marzo. Non era il varietร classico con il presentatore centrale, gli ospiti internazionali e le soubrette in paillettes. Era cabaret, con tutto quello che questo comportava, sketch veloci, gag fisiche, parodie, e personaggi che sembravano usciti direttamente da un locale โalternativoโ di Milano o Roma. L’idea era semplice e coraggiosa, portare in prima serata il sapore dei cabaret di quegli anni. Fantone veniva dal teatro comico, Siena era un regista di varietร esperto. Insieme crearono un collage di novanta minuti senza rete di sicurezza. La produzione era agile: scenografia di Giorgio Aragno, costumi di Mario Ambrosino, coreografie di Umberto Pergola, orchestra di Gianni Mazza. In apertura risuonava Indianapolis dei Milk and Coffee, gruppo italiano di disco-music la cui sigla era un cartone animato realizzato con la tecnica del rotoscope, Bruno Bozzetto docet. Puro artigianato. In chiusura, Sydne Rome (pre-aerobica) cantava Angelo prepotente. Era lei la co-conduttrice ufficiale dello show, il filo rosso tra uno sketch e l’altro, con quell’accento americano che nel 1980 suonava ancora esotico.
Un cast da cabaret
La squadra che Siena e Fantone avevano messo insieme era quella degli esordienti e dei quasi-famosi. Massimo Boldi, Simona Marchini, Daniele Formica, Maurizio Micheli, Gastone Pescucci. Non รจ che fossero esattamente nomi da locandina di Sanremo. Erano gente che veniva dai locali, dal teatro alternativo, dai circuiti periferici della comicitร italiana. Gente che conosceva la differenza tra far ridere duecento persone in una sala fumosa di via Broletto e far ridere due milioni di persone davanti al televisore. La differenza, tra l’altro, รจ enorme: in un locale puoi perdere il filo e recuperare, puoi guardare negli occhi chi non ride e cambiare registro. In tv, se non ride nessuno, lo sanno tutti e non puoi farci niente.
A tutto Gag fu per molti di loro il primo vero contatto con il pubblico nazionale. E va detto, che secondo i critici non era un capolavoro assoluto. Aldo Grasso, nell’Enciclopedia della televisione edita da Garzanti, descrive il programma come composto “prevalentemente di sketch dalla comicitร minimale e scontata, di un livello inferiore ad altri programmi di varietร dell’epoca”. Parole dure. Non del tutto ingiuste. La comicitร era spesso elementare, il ritmo discontinuo, certi sketch duravano qualche battuta di troppo. Eppure, lรฌ dentro, capitava qualcosa che valeva la pena di guardare. E soprattutto capitava Nicola Di Mola.Tra i protagonisti dello show, abbiamo detto, cโera Maurizio Micheli. Nato a Livorno nel 1947, ma cresciuto a Bari, ha un percorso da attore e non da scappato di casa. Diplomato al Piccolo Teatro di Milano, laureato al Dams di Bologna con Luigi Squarzina, un percorso teatrale, che aveva deviato verso il cabaret. Nel 1978 aveva debuttato con Mi voleva Strehler, one man show scritto con Umberto Simonetta, diventato negli anni un cult del teatro comico italiano. Micheli era il tipo di comico che non urlava mai. Che costruiva tutto sulla precisione, sull’accento giusto, sulla logica interna di un personaggio portata fino all’estremo. In A tutto Gag compariva in due vesti, entrambe indimenticabili.
La prima era quella dello speaker del telegiornale. Micheli sedeva alla scrivania con la cravatta perfetta, lo sguardo fermo da giornalista Rai, la dizione impeccabile come quella di chi ha passato tre anni a correggere le vocali. Apriva con il solenne “Buonasera, ecco le notizie di oggi”. Poi le notizie perdevano qualsiasi senso: un’invasione di formiche al Ministero, un gatto che aveva scalato il campanile di un paese e non voleva piรน scendere, un convegno internazionale sul nulla. Lui non cedeva mai a un sorriso. Manteneva il tono grave e compassato dell’anchorman convinto che quello che sta leggendo sia di importanza planetaria. L’istituzione piรน seria della serata italiana implodeva dall’interno, con la gentilezza di chi sa che il ridicolo funziona meglio se non te ne accorgi.A completare il quadro ci pensava Gastone Pescucci. A volte in campo, a volte in disparte, Pescucci scoppiava in quelle risate inconfondibili, irrefrenabili e contagiose, rompendo il ritmo esattamente nel momento in cui Micheli cercava disperatamente di tenere la compostezza. Era una gag nella gag, e funzionava ogni volta. Il tipo che ride da solo, in modo assurdo, nel momento sbagliato, รจ uno degli strumenti comici piรน antichi che esistano, e Pescucci lo usava con la precisione di un chirurgo. E poi c’era l’altro personaggio. Quello che Micheli aveva giร costruito negli anni precedenti e che in A tutto Gag trovรฒ finalmente il pubblico piรน vasto. Nicola Di Mola. Bisogna capire di chi stiamo parlando, perchรฉ la faccenda รจ piรน articolata di quanto sembri. Nicola Di Mola non era semplicemente un innamorato. Era un DJ. Il DJ di Radio Bitonto Libera, per essere precisi. Micheli aveva costruito questo personaggio cesellandolo, attingendo agli anni passati a Bari, a quell’accento che aveva imparato ad usare per difendersi dai compagni di scuola. Tanto convincente che per anni molta gente pensava che Micheli fosse davvero barese. Non era il livornese che aveva studiato al Piccolo di Milano. Era Nicola Di Mola. Punto.
E Nicola Di Mola era innamorato. Innamorato perso, disperato, irrecuperabile, con la serenitร totale di chi non ha nemmeno preso in considerazione l’ipotesi che la cosa non funzioni. L’oggetto di questo amore cosmico era la brunetta dei Ricchi e Poveri, Angela Brambati, per chi non la conosce per nome, co-fondatrice del gruppo, voce da contralto con acuti che tagliavano il vetro, taglio di capelli cortissimo su consiglio di Franco Califano. Il tormentone era preciso, immutabile, ripetuto con la serietร di chi sta recitando una dichiarazione davanti al Parlamento: “Brunetta dei Ricchi e Poveri: io ti voglio sposare!”. Detto cosรฌ. Con quella sicurezza. Quella convinzione assoluta di essere nel giusto, che la questione fosse solo logistica, quando, dove, con quale cerimonia e non il piccolo dettaglio che lei non sapesse nemmeno della sua esistenza. Lo sketch funzionava perchรฉ Micheli non lo costruiva come la storia di uno stupido. Nicola Di Mola non era uno sprovveduto. Era uno convinto, con una logica interna perfettamente coerente, che non capiva di essere fuori luogo, o meglio, che non accettava di esserlo. Un DJ di provincia che aveva visto la “sua” donna in televisione, se ne era innamorato nel modo in cui ci si innamora a vent’anni di qualcuno che non ti conosce, e aveva deciso che la cosa piรน naturale del mondo era sposarla. Le dichiarazioni erano infuocate. I piani erano assurdi ma esposti con la serietร di un vero fidanzamento al Sud. E il pubblico rideva, ma rideva riconoscendo qualcosa, quella logica del sogno impossibile trattato come ovvio che appartiene a chiunque abbia mai avuto un’infatuazione fuori portata e abbia scelto, almeno per un momento, di non accorgersene.
Il cuoco, la prostituta, il disoccupato yogi
Intorno a Micheli e Pescucci ruotavano gli altri, ciascuno con il suo personaggio fisso. Massimo Boldi era il cuoco toscano, grembiule bianco, accento marcato, bancone immaginario, eternamente in guerra con la modernitร da cucina. Il suo nemico dichiarato era la pentola a pressione, e le ragioni che portava avanti erano inattaccabili nella loro logica contadina: “Son contrario alla pentola a pressione perchรฉ non si vede la cottura”. Come fai a sapere quando รจ pronta se non puoi guardare dentro? Come controlli il bollore? Come fai ad annusare? La pentola a pressione era per lui un atto di prepotenza della tecnologia nei confronti del cuoco, un tentativo di togliere all’uomo il controllo su qualcosa di sacro. Gesticolava, apriva pentole, annusava l’aria con l’espressione di chi sta facendo una perizia. Quella frase รจ rimasta nella testa di chiunque abbia visto il programma. Un manifesto involontario dell’Italia che guardava con sospetto le innovazioni senza rinunciare a una certa tenerezza disarmante. Boldi avrebbe detto poi che A tutto Gag fu il programma che lo rese noto al grande pubblico nazionale. Simona Marchini era Iside Martufoni, la prostituta del quindicesimo lampione della Balduina, che gestiva la rubrica del cuore dal titolo “Al cuor non si comanda”. Set da area di servizio, clacson in sottofondo, lettere dei telespettatori lette ad alta voce. Lei rispondeva con un mix di saggezza di strada, ironia romana e una dolcezza inattesa che spiazzava. Nel 1980, una prostituta in prima serata su Rai 2 che parlava di amore e sesso senza ipocrisie era roba che avrebbe potuto fare scandalo per una settimana intera. Marchini lo faceva con una naturalezza tale da disinnescarlo sul nascere. Era il suo esordio televisivo, e si capiva giร che sapeva il fatto suo.
Daniele Formica era il disoccupato che si presentava all’ufficio di collocamento come comparsa e finiva per improvvisarsi guru di yoga per una televisione locale. Sketch perfetto per il momento: le tv private stavano nascendo proprio allora, e chiunque con un po’ di coraggio, o disperazione, poteva andare in onda. Formica spiegava i principi dello yoga con frasi che entravano nell’orecchio e non uscivano piรน, tra cui la celebre “la telecinesi non รจ la tv cinese”, che rimase tra le citazioni piรน citate dello show insieme alla pentola di Boldi e alla brunetta di Micheli.
A tutto Gag durรฒ sei puntate. Non vinse premi. Non sfondรฒ negli ascolti come i grandi varietร di Rai 1. Non cambiรฒ la storia della televisione italiana nel modo epico, ma fece qualcosa di utile. Dimostrรฒ che si poteva ridere del TG mantenendo il tono grave, che si poteva mettere in scena una prostituta senza che diventasse un caso parlamentare. Che un DJ di Radio Bitonto Libera poteva dichiarare il suo amore impossibile per una cantante famosa, una frase, che dopo quasi cinquantโanni, tutti noi che abbiamo visto la trasmissione continuiamo a urlare. Nicola Di Mola e la sua brunetta sono rimasti lรฌ, immutabili, a ricordarci che l’amore impossibile รจ sempre stato il materiale migliore per farci ridere.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.itยฎ


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