Un comico venuto dal music hall, una musichetta al sassofono, un vecchietto calvo e una corsa senza fine. Tutto il resto è storia televisiva
Siamo tutti brutali da bambini. Nella mia professione ho sentito dire le peggiori cose dalle candide labbra dei fanciulli. Molto dipende dalla loro scarsa padronanza del lessico, ma molto anche dall’intento di ferire l’altro, per ottenere la supremazia.

Un altro tratto che ho visto spesso nei piccoli è il razzismo. Non so quanto questo sia da addebitare all’educazione, ma ho visto bambini tenersi alla larga da compagni non caucasici e addebitare loro qualsiasi “reato” scolastico. La stessa forma di discriminazione, devo ammettere, continuo a vederla ad opera di maschietti contro le femminucce. In mancanza di limiti culturali, i bambini ridono quando qualcuno cade, scivola, picchia la testa. E’ la logica dello slapstick, della comicità immediata, non raccontata e pensata, un’immagine che scatena l’ilarità. Un genere tipico del vaudeville e dei film muti del genere comico. Maestri del genere erano Stan Laurel, Oliver Hardy, Charlie Chaplin, Harold Lloyd e i fratelli Marx. E qualche anno più tardi, Benny Hill.
Dal music hall all’Olimpo
Le facce di Benny Hill mi hanno sempre fatto ridere. Non era una comicità alta la sua e non lo pretendeva. Lo guardavi, ti faceva ridere e morta lì. Non era satira, era solo una risata.
Alfred Hawthorne Hill veniva dal music hall, dalla tradizione del comico che deve saper fare tutto: cantare, imitare, improvvisare, trasformare la scarsità di mezzi in stile. Era una scuola spietata, con il pubblico che voleva divertirsi, niente tempi morti, niente pensieri. Nella comicità Di Benny c’è una precisione artigianale che i comici televisivi faticano ad avere. Il Benny Hill Show prende vita nel 1955, ma, come lo ricordiamo noi, con le infermiere, i travestimenti, i doppi sensi, nasce nel 1969 su Thames/ITV. Ma Hill era un volto noto alla BBC dai primi anni Cinquanta, dove sperimentava split screen, velocizzazioni e parodie televisive che per l’epoca erano decisamente “avanti”. Tutto era il risultato di vent’anni di gavetta.
In Italia il Benny Hill Show arrivò per la prima volta il 3 luglio 1978 su Rai 2 (allora Rete 2). Ma diventò un vero fenomeno di culto negli anni ’80 su Italia 1 quando fu infilato tra un Has, has Fidanken e questa o quella ragazza Fast Food in Drive In.
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La formula dello show era semplice: sketch, parodie, doppi sensi, canzonette, schiaffoni, e l’idea che la risata debba arrivare prima del pensiero. Al centro c’è sempre lui, nella sua maschera fondamentale: il maschio ridicolo, eccitato, maldestro, che insegue la bellona di turno e senza ottenere nulla. Non è un conquistatore. È una caricatura del desiderio maschile, un Arlecchino sempre affamato di cibo e di donne in versione televisione commerciale. Roba vecchissima, in realtà. Solo confezionata meglio. E’ una formula che funziona in modo spaventoso, perché il programma viene venduto in oltre cento paesi e Hill diventa uno dei rarissimi comici britannici che ha sfondato davvero negli Stati Uniti.

Dentro questo universo c’è anche il personaggio che tutti ricordano senza conoscerne il nome, il vecchietto calvo a cui Benny tamburellava sulla testa. Si chiamava Jackie Wright, nato a Belfast nel 1904. Jackie era il professionista del volto impassibile, capace con il suo corpo minuscolo di rimanere immobile mentre il caos gli esplodeva intorno. Negli Stati Uniti era diventato famoso quasi quanto Hill come “the little bald guy”. Quella testa liscia e inespressiva era diventata un tormentone globale. Il suo finale tipico dello show era una corsa a serpentone accelerata in cui continuava ad aggiungersi gente. Se la sua comicità a molti pareva grossolana, non lo erano i suoi ammiratori. Charlie Chaplin era il suo idolo, quello da cui aveva imparato la mimica. Hill scoprì che Chaplin collezionava i suoi video quando fu invitato a casa sua in Svizzera. Anche Michael Jackson fu uno dei fan più appassionati. Possedeva una collezione completa di videocassette dello show e, il 22 febbraio 1992, andò a trovare Benny Hill in ospedale a Londra pochi mesi prima della sua morte. Jackson, accompagnato dall’amico Brett Barnes, gli disse «You’re my hero» e gli chiese persino se voleva apparire in un suo video. Hill rispose «Of course, why not?».
Jackson lo considerava il suo comico preferito in assoluto. Anche personaggi insospettabili tra cui Michael Caine e Walter Cronkite erano ammiratori dello show. Rowan Atkinson ha più volte dichiarato di essersi ispirato alla mimica di Benny per il suo Mister Bean. Nel 1991 ricevette dalla mani di Eugene, figlio di Charlie, il Charlie Chaplin International Award for Comedy. L’unica cosa che lo abbia mai commosso.
La sigla colta
Quando si pensa a Benny Hill, oltre al suo sorriso ammiccante, la prima cosa che ti viene in mente è la musica. Cominciavi a ridere già alle prime note. Ma non sono molti a sapere che la sua origine non è un oscuro autore televisivo. Si chiama Yakety Sax e non è nata per Benny Hill. È un brano di Boots Randolph e James Q. “Spider” Rich, registrato nel 1963, nella Nashville dei sassofonisti che lavoravano con Elvis e Roy Orbison. Randolph era un musicista serio, con una carriera seria. E Yakety Sax era il pezzo che il pubblico continuava a chiedergli a ogni concerto, fino alla fine.
Hill la adotta come sigla a partire dalla prima puntata su Thames TV, il 19 novembre 1969. Si tratta di una scelta fondativa, fatta dall’inizio. E si capisce perché. Yakety Sax suona esattamente come suona lo slapstick. Ha scivolate, anticipi, sussulti ritmici, un andamento che evoca caduta, rincorsa, disastro senza conseguenze. Non è un tema drammatico che diventa buffo per contrasto: è già buffo nella struttura. È lo slapstick scritto con un sassofono, il sottofondo della closing chase. Il risultato è che oggi molta gente conosce Yakety Sax senza aver mai visto lo show di Benny Hill. La musica ha superato il programma. Ma è il programma che le ha dato quel potere, trasformando un motivo brillante in una grammatica universale della farsa televisiva.
La fine
Nel 1989 Thames cancellò lo show. La versione che circola vuole che Benny Hill sia stato sacrificato sull’altare del politically correct. È una mezza verità, come spesso accade con i pettegolezzi. Sì, c’erano pressioni legate alle accuse di sessismo. Sul piano delle accuse personali, va detto con precisione: non risultano condanne né accertamenti processuali. Esiste una testimonianza pubblica resa nota nel 2017 da Hazel O’Connor, che racconta di un episodio del 1976.

Ma c’erano soprattutto il calo degli ascolti, i costi crescenti e una formula che aveva smesso di sembrare fresca. Tre ragioni insieme, non una crociata morale. Hill non prese bene il licenziamento, aspettava di essere presto richiamato. Nonostante la ricchezza accumulata in tanti anni di lavoro ininterrotto, Benny era rimasto una persona frugale. Non possedeva né una casa, né un’automobile. Viveva in affitto a Teddington. Fu lì che lo trovarono, il 20 aprile 1992, ancora seduto in poltrona con la televisione accesa. Nella cassetta della posta gli era appena arrivato un nuovo contratto televisivo.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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