Stallone e uno dei suoi doppi, il film che sarebbe dovuto essere il punto più alto è finito seppellito dai fischi
Se volete una cartolina, un’istantanea degli anni 80 in tutto il loro machismo, per di più sudato, affidatevi senza indugio a Rambo.

Dalla pettinatura, all’abbigliamento improponibile, arrivando al muscolo guizzante e ipertrofico, ci sono tutti gli ingredienti per capire il mood di quegli anni.
Stallone e le sue galline dalle uova d’oro
Sly ha praticamente campato grazie a due figure, Rocky e Rambo. Se il primo Rocky aveva una sua ragione di essere come film, i successivi hanno cavato dal povero pugile anche l’ultima stilla di sangue e da noi spettatori, l’ultima oncia di sopportazione. Che sia cominciata allora la terribile malattia della sequelite? Da pugile Rocky si è evoluto in Rambo, un personaggio che da come era nato ha subito, nel corso degli anni, una metamorfosi completa e non in meglio. In First Blood del 1982 John è un reduce traumatizzato, fragile, in fuga da uno sceriffo ottuso. Il tono del film è cupo, quasi da film d’autore.

Nella seconda puntata di quella che poi è diventata una serie, uscita sui grandi schermi nel 1985, l’atmosfera è ribaltata. Non più schivo, né tantomeno traumatizzato, Rambo è diventato una macchina da guerra, propaganda reaganiana a palla, nemici vietnamiti che cadono come birilli. Il terzo episodio, del 1988, vede John rivestire i panni (strappati a favor di muscolo) del patriota americano in un film che predica la superiorità americana in modo rozzo e senza sfumature. L’America è destinata a vincere sempre e i nemici sono tutti cattivi per definizione. Sciovinismo muscolare da action figure. Ma in particolare Rambo III è un film uscito fuori tempo massimo.
Il meno fortunato della serie
Il 25 maggio 1988 esce Rambo III. Doveva essere il colpo finale, il sigillo d’oro sulla trilogia. La trama in breve vede John Rambo, mascella di granito e muscoli da statua greca (insomma), spedito in Afghanistan a strappare il colonnello Trautman dalle grinfie sovietiche. Esplosioni vere, elicotteri veri, zero CGI. Stallone lo ripete con orgoglio: “There was absolutely no special effects in it… no CGI. It was very, very dangerous.”

Peccato che invece di essere il sigillo sulla trilogia diventa una sorta di colpo di grazia. Un po’ come è successo al Titanic, “l’inaffondabile” colato a picco nel suo viaggio inaugurale. Il tempismo con cui esce il film è perfetto al contrario. Esattamente dieci giorni prima dell’uscita, il 15 maggio, l’Unione Sovietica aveva iniziato il ritiro ufficiale dall’Afghanistan. Gorbaciov sorrideva in tv, la perestrojka era in pieno corso, il mondo respirava aria di distensione. E arriva Stallone a falciare russi come se fossero spighe al sole.
Quando il calendario ti pugnala alle spalle
Le conferenze stampa di presentazione diventano un processo sommario. Stallone entra, i giornalisti lo fissano e parte il coro di buuu. Lui prova a difendersi, cita la Guerra Fredda come fosse una scusa plausibile: “From the time we were editing to the time it came out, Russia, who had been in a cold war with us for 40 years, decided to come over and shake hands and kiss and make up. ‘” Una simile affermazione oggi fa quasi tenerezza. Stallone invoca la Guerra Fredda mentre il Muro di Berlino sta già scricchiolando. Ironia involontaria. Il contesto lo massacra da ogni lato. Pochi mesi prima, nel 1987, Stallone aveva incassato un flop colossale con Over the Top. Il film sul braccio di ferro con il figlioletto era così noioso e melenso da sembrare una parodia involontaria del machismo che l’aveva reso famoso. Bisognava reagire! Rambo, dopo i 300 milioni incassati con First Blood Part II, sembrava un’operazione senza rischi. La sceneggiatura era pronta, location assicurate (Thailandia e Arizona travestite da Afghanistan), budget generoso. Stallone si allena come un pazzo, gira scene al limite dell’umano, si rompe la schiena sul serio. Il suo Rambo non è più il povero reduce con il disturbo post-traumatico da stress del primo film, è diventato una macchina anticomunista. Un essere a cui basta un arco, un coltello e un elicottero da abbattere con un razzo. Roba da manuale anni ’80. Peccato che quel manuale fosse già obsoleto.

I mujahideen dipinti nel film come eroi alleati diventano presto un problema geopolitico che nessuno vuol ricordare. I russi, da cattivi col bollo, passano a interlocutori di pace. Stallone resta lì con il suo Rambo che urla vendetta in un mondo che ha deciso di provare il dialogo. Il Washington Post, già a gennaio, segnala che i trailer vengono accolti con risate e fischi nelle sale. Ogni conferenza stampa è un’udienza dove Stallone è l’accusato. Lui replica con la logica del personaggio: ho girato il film quando i russi erano ancora i cattivi. Ma nel frattempo il mondo era cambiato.
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Gli incassi parlano chiaro, lontano anni luce dai 300 milioni del predecessore, nonostante un budget di 63 milioni. La critica lo demolisce, “kinda dull” lo definiscono. A nulla servono stunt esagerati e esplosioni sproporzionate. Ma Stallone è comunque orgoglioso delle sue azioni sul set, il sangue nelle scene di combattimento, a volte, era il suo. Ma il pubblico sente il retrogusto amaro di un film arrivato in ritardo alla festa. Rambo, simbolo reaganiano per eccellenza, finisce nel cassetto della storia proprio mentre Reagan e Gorbaciov si stringono la mano davanti alle telecamere di tutto il mondo. Poi vent’anni di silenzio. Rambo sparisce dal grande schermo. Quando torna nel 2008, è più vecchio, più sanguinario, meno patriottico. Stallone ha capito la lezione, almeno in parte. Ma nel 1988 era ancora convinto che la formula magica fatta di muscoli, bandana, nemico con la falce e il martello, fosse eterna. Anni dopo, intervistato per GQ, non nasconde la delusione. Parla del caldo, degli infortuni, del pericolo vero sul set. Sui fischi si mostra offeso. È il classico Stallone, testardo, convinto delle proprie ragioni, incapace di capire perché il pubblico non applauda più. Entrambi, personaggio e attore, pensano che basti la forza bruta. Guardandolo oggi, Rambo III è il ritratto preciso di un momento, l’ultimo rantolo muscolare di un’era prima che tutto cambiasse. Le scene che sono invecchiate meglio sono quelle d’azione: il bastone contro i russi, la mitragliatrice a cavallo, l’elicottero che esplode in modo quasi ridicolo nella sua esagerazione. Stallone a 42 anni che corre sotto il fuoco nemico come se stesse girando una pubblicità di integratori proteici. Il film non è un capolavoro, ma è l’immagine perfetta di un errato calcolo. Rambo salva l’Afghanistan sullo schermo mentre nella realtà l’Afghanistan sta per diventare un capitolo ancora più complicato.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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