La parodia perfetta non prende in giro la canzone, ma la usa come trampolino per qualcosa di più buffo dell’originale
Come si scrive un articolo di Boomerissimo? Si parte da un dettaglio in genere. Il mio sodale ed io ci imbattiamo, leggendo, guardando, pensando e ricordando in qualcosa che ci incuriosisce o ci incuriosiva ai tempi.

Da lì, a cerchi concentrici, si costruisce il pezzo. Qualche giorno fa, mentre caricavo uno dei nostri short su YouTube, l’occhio mi è caduto (che immagine splatter!) su un video che avevo dimenticato, una hit di Al Yankovich. E da lì è partita la ragnatela di pensieri, associazioni, deduzioni (magari anche sbagliate) che sono alla base di questo articolo.
MJ, Weird Al e Leone di Lernia
Le iniziali dicono tutto a quelli che non sono nati ieri. Sono le iniziali di un artista che ha lasciato un’impronta netta nella musica e non solo: Michael Jackson. Tutti possono dire la loro sull’uomo. Siamo ancora in un mondo libero (segue risata fragorosa).
Come artista è stato un grande, per le sue interpretazioni, per la sua scelta di fare videoclip in un certo modo. Ci sarà a chi piace e a chi non piace. Io, ad esempio, mi prendo spesso e volentieri dei “vaff…” per la mia scarsa attitudine ai Pink Floyd. Sono bravi, tanto bravi, ma dopo un po’ non li reggo più. La musica, la letteratura, l’arte in generale, una volta che è compiuta è di tutti. Fior di critici si sono prodotti in interpretazioni di questo o di quello, vedendo chissà quali reconditi significati. Magari Van Gogh voleva solo dipingere due girasoli che si trovavano lì per caso. Forse la grandezza di un’opera risiede proprio nella molteplicità di significati che lo spettatore vede. E quindi non si dovrebbe avere timore reverenziale nei confronti di un prodotto dell’ingegno, ma trarre da questa ispirazione.
Sono partita alta. Ad esempio, ci sono artisti che prendono una canzone di successo e la trattano come una reliquia. La lucidano, la omaggiano, le costruiscono attorno un’aura di rispetto. Poi esistono personaggi come “Weird Al” Yankovic e Leone di Lernia, due signori che davanti a una hit planetaria non hanno mai sentito il bisogno di inchinarsi. Semmai hanno sentito il bisogno di entrarci dentro con le scarpe sporche, spostare tutti i mobili e aspettare di sentire il pubblico ridere. La parentela artistica tra i due, a guardarla bene, è evidente. Entrambi avevano capito che una parodia funziona solo quando l’originale è già entrato nelle orecchie di tutti, magari contro la loro volontà e a dispetto di qualunque buon gusto.
Yankovic: ingegneria comica
Nel caso di Yankovic, la formula era quasi scientifica. “Eat It”, parodia di “Beat It”, e “Fat”, rilettura di “Bad”, non erano semplici parodie, erano operazioni di ingegneria comica. Usava gli stessi codici visivi dell’originale, la stessa struttura pop riconoscibile al primo secondo, ma con un testo deviato verso l’assurdo. Il punto non era prendere in giro Michael Jackson. Era dimostrare che una hit sopravvive benissimo anche se la trasformi in un’ode all’abbuffata.
Su “Fat”, poi, abbiamo persino il momento esatto in cui scattò la lampadina, documentato da Yankovic stesso in un’intervista. Stava guardando in televisione la première del video di “Bad” con Michael Jackson saltare, borchiato, sui tornelli della metropolitana.
Un altro si sarebbe limitato a guardare o al limite a cambiare canale. Yankovic, invece, immaginò all’istante un uomo di 300 kg che prova a compiere la stessa operazione. Ecco la differenza tra un normale spettatore e un professionista della comicità: uno guarda un videoclip, l’altro vede un’opportunità di business.
Il rapporto tra Yankovic e Michael Jackson merita un paragrafo a parte. Jackson non si limitò a tollerare le parodie, le autorizzò esplicitamente, entrambe, firmando i permessi per “Eat It” e per “Fat”. Yankovic ha ricordato che quel documento con la firma di Michael Jackson accanto alla sua gli sembrò surreale quasi quanto la canzone stessa. Per “Fat” andò anche oltre: gli concesse l’uso del set della metropolitana costruito per il video originale di “Bad”. Oggi molti artisti si offendono se un giornalista sbaglia una virgola nel descrivere il loro ultimo singolo. Jackson, invece, prestava i suoi set cinematografici all’uomo che lo immaginava bloccato nei tornelli della metro per eccesso di peso.
Il successo che ne seguì fu tutt’altro che marginale. “Eat It” vinse il Grammy come Best Comedy Recording nel 1984 e arrivò fino al numero 12 della Billboard Hot 100, risultato che molti artisti “seri” possono solo sognarsi dopo anni di impegno. “Fat” vinse il Grammy come Best Concept Music Video nel 1988, e l’album “Even Worse” ottenne le certificazioni Gold e Platinum riportate sul sito ufficiale di Yankovic.
Leone di Lernia, da Trani con furore
Se Yankovic faceva la parodia in smoking, Leone di Lernia la faceva in canottiera. Nato a Trani nel 1938 e poi trasferitosi a Milano, Leone arrivò alla notorietà nazionale dopo una gavetta lunga e rumorosa tra musica popolare, cabaret e tv locali, con un metodo già riconoscibile nel 1975, quando incise “Gaccia ad’avè”, versione in dialetto di “I Gotcha” di Joe Tex. Molto prima che il trash diventasse una categoria da convegno accademico, lui aveva già capito che prendere un brano noto e violentarlo affettuosamente con il dialetto poteva essere non solo divertente, ma anche distintivo.
Negli anni Novanta quella cifra esplose con le sue parodie di hit dance. Leone ti travolgeva con un cortocircuito linguistico in cui l’italiano si mescolava al dialetto di Trani, il doppio senso diventava metodo e la parola “reinterpretazione” assumeva i contorni di un gioioso atto vandalico. Macarena” diventò “Maccarone”, “The Rhythm of the Night” mutò “Te sì mangiàte la banana”, “Up and Down” traslò in “É una pernacchia”. Anche lui non ebbe timore reverenziale di Michael Jackson: “Billie Jean” divenne “Luigino”. Coincidenza? Destino?
Di Lernia non collezionò Grammy né posizioni illustri nella classifica di Billboard, ma conquistò qualcosa di molto più difficile da misurare, divenne un’istituzione. La sua popolarità si consolidò con “Lo Zoo di 105”, dove trasformò ogni apparizione in una specie di invasione barbarica del palinsesto, accettata e persino incoraggiata dai colleghi. Era diventato un tormentone umano. La lezione è chiara, se vuoi che la tua hit sopravviva davvero, augurati che qualcuno la massacri con affetto. È il modo più diretto per diventare leggenda.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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