Una stanza d’albergo, un rapimento surreale e un padre al telefono con le tasche piene di spiccioli: come il caso Sinatra Jr. trasformò per sempre il rapporto di Frank con paura e superstizione.
Ognuno ha i suoi piccoli rituali. Io, ad esempio, devo bere il mio primo caffè del mattino in assoluto silenzio, fissando il salvifico liquido scuro. Prendo il mio tempo e cerco di rimettere in ordine in neuroni dispersi nel corso della notte. Certo, se per un giorno, dovessi sorbire il caffè in altro modo, ne sarei certamente contrariata, ma lungi da me considerarlo un presagio di sventura.

C’è stato un tempo in cui sono stata scaramantica. Avevo i miei gesti e oggetti portafortuna. Indossavo sempre lo stesso paio di orecchini quando facevo gli esami all’università. Poi fui bocciata allo scritto di tedesco due e ho cambiato gli orecchini. Poveri, non fu colpa loro. Semplicemente nel programma d’esame fotocopiato non erano visibili le ultime righe e mi mancava una parte da studiare. Ad ogni modo, in quell’occasione mi sono liberata da quella schiavitù. E non ho mai più fatto affidamento su gesti scaramantici.
Superstizione e scaramanzia
Scaramanzia e superstizione sono correlate tra loro. La superstizione è credere che esista un rapporto causale tra un evento e un risultato, senza che ci siano prove razionali o scientifiche. Sono nate perlopiù in epoche in cui l’ignoranza non riusciva a spiegare certi eventi. Mandare in frantumi uno specchio è una enorme seccatura, ma credere che ti si prospettino sette anni di sciagura, mi sembra eccessivo. Quello dipende dal governo e dal momento storico.

La scaramanzia è invece la pratica di eseguire determinati riti o gesti per evitare conseguenze negative o per attrarre la fortuna. La spiegazione è semplice, serve a dare un malriposto senso di controllo su eventi per loro natura incontrollabili e minacciosi, per difendersi dall’ansia e dall’incertezza. Se tocco ferro non andrò in pensione prima, al limite avrò freddo alle mani e nel peggiore dei casi prenderò il tetano. Casa mia era il regno di entrambe. Ogni gesto era passibile di essere letto come rivelatore di qualcosa. Mia madre aveva tutta una serie di idiosincrasie. Non si poggiava il pane al contrario e se era da buttare, bisognava prima baciarlo e fare il segno della croce, il letto non si metteva a posto in tre, perché porta male, e per la stessa ragione mai appoggiare il cappello sul letto. Non si partiva di venerdì! E se cadeva l’olio, subito il sale sopra (o viceversa, non ricordo bene). A questo punto bastava aggiungerci un po’ d’aceto e la vinaigrette era fatta. Ah, e non dovevi dormire con i piedi rivolti verso la porta. Capirete che vivere a casa mia era problematico. Sarò per questo che, per legge del contrappasso, ho avuto un rifiuto per qualsivoglia rituale o gesto portafortuna o sfortuna. Non tutti, però, condividono il mio pensiero. Frank Sinatra era di tutt’altro avviso.
Frank, Frank jr. e i dime
Dicembre 1963. L’America fa fatica a riprendersi dall’assassinio del il presidente John F. Kennedy. A Lake Tahoe, al confine tra California e Nevada, c’è un ragazzo di 19 anni che cerca di farsi strada nel mondo della musica. Non è uno come tanti, ha un nome e un cognome potente: Frank Sinatra. Se non fosse per quel “Jr.”.
Frank Jr. si esibisce all’Harrah’s Club Lodge. Sta facendo la gavetta, cerca di dimostrare di essere all’altezza del padre. È domenica sera. Il figlio di cotanto padre è nella sua stanza, la numero 417, sta cenando con John Foss, trombettista della band. Bussano alla porta. “Servizio in camera, ho un pacco da consegnare”.
Frank Jr. apre e due uomini a volto scoperto entrano armati di pistole. Legano e bendano il trombettista e portano con loro Frank Jr. dopo aver bendato anche lui. Fuori imperversa una tormenta di neve. Lo caricano su una Chevrolet Impala a noleggio e via. Riescono a superare i posti di blocco della polizia grazie al fatto che, nel 1963, i controlli non erano sofisticati come oggi.Trattandosi di Frank, molti pensano che sia una vicenda in qualche modo legata alla mafia. Tutt’altro.
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La mente del piano è Barry Keenan, un ventitreenne con problemi di dipendenze e manie di grandezza. Era stato compagno di scuola di Nancy Sinatra alla University High School. Secondo Barry
Dio gli ha suggerito di compiere il rapimento per risolvere i suoi problemi finanziari. Non è un crimine, ma un “prestito forzoso”. Il suo piano prevede di investire i soldi del riscatto, diventare ricco e poi restituire i soldi a Sinatra con gli interessi. Suoi complici sono il suo amico Joe Amsler e John Irwin, un imbianchino con il ruolo di telefonista. Portano l’ostaggio a Canoga Park, un sobborgo di Los Angeles, nascondendolo in una casa sicura.
La trattativa
Frank padre è a Palm Springs quando riceve la notizia. Si precipita a Reno, dove l’FBI stabilito il quartier generale. I rapitori, per evitare intercettazioni, ordinano a The Voice di comunicare esclusivamente tramite telefoni pubblici. La richiesta di riscatto è di 240.000 dollari.
Sinatra, fuori di sé dal dolore, offre un milione di dollari. Keenan rifiuta. Lui vuole proprio 240.000 dollari, la cifra esatta che gli serve e che, è secondo i suoi calcoli, non attirerà troppo l’attenzione delle banche o del fisco. Si succedono chiamate su chiamate. Sinatra ha il terrore di finire le monetine da 10 centesimi (i dime). L’angoscia di sentire la linea cadere e mettere in pericolo la vita di suo figlio a causa della mancanza di spiccioli lo segnerà per sempre. L’FBI fotografa ogni banconota del riscatto e prepara la valigia. La consegna avviene la mattina dell’11 dicembre. Luogo indicato è tra due scuolabus parcheggiati a Sepulveda, Los Angeles. Keenan e Amsler vanno a recuperare i soldi. Il terzo complice, John Irwin, è rimasto a fare la guardia di Frank Jr. Ma va nel panico. Non aspetta che i complici tornino con il malloppo: libera Frank Jr. a Bel Air. Il ragazzo, confuso e spaventato, cammina fino a quando incontra una guardia privata e si fa riconoscere. Viene portato a casa della madre, Nancy Barbato.
Intanto John Irwin, il complice “debole”, si vanta del rapimento con suo fratello, che chiama la polizia. In pochi giorni vengono arrestati tutti e tre e il riscatto recuperato. Al processo, l’avvocato difensore dei rapitori, Gladys Root, sostiene che il rapimento fosse una trovata pubblicitaria organizzata dallo stesso Frank Jr. per lanciare la sua carriera. È una falsità, ma la stampa scandalistica ci inzuppa il pane. Anche se i rapitori vengono condannati su Frank Sinatra Jr. aleggerà per decenni il dubbio del finto rapimento. Frank sr. invece, da quel rapimento e per tutto il resto della sua vita, chiamatelo gesto scaramantico, o ricordo di un momento di terrore, porterà sempre con sé dieci monete da dieci centesimi (i dime). E con quelli è stato seppellito oltre che con un pacchetto di sigarette, l’accendino e una bottiglia di Jack Daniels. Perché non si può mai sapere…
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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