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Arancia Meccanica a Roma

Arancia Meccanica in Italia: quando la Polizia rapinava i ricchi

Tra il 1979 e il 1983, Roma scopre un nuovo terrore. Non sono le BR, non è la Magliana. È una banda guidata da un uomo in divisa che entra nelle ville dei quartieri alti per restarci.

A testimonianza del fatto che il mondo può essere più interessante e curioso di come lo si dipinge, ci sono le migliaia di lettori che ogni giorno sfogliano una pagina di Boomerissimo.it® e, secondo quanto ci dicono le dicono le metriche che col tempo anche noi, nati dietro la tastier di una macchina da scrivere, abbiamo imparato ad usare, sono lettori che leggono e si godono storie che vengono da un mondo forse diverso, ma che getta luci non scontate su quello di oggi.

Arancia Meccanica a Roma
Arancia Meccanica a Roma – Boomerissimo.it®

Non sono tutti coetanei di noi che scriviamo e forse per loro è più difficile immaginare un’Italia in cui vivere era ancora più incerto e pericoloso di quanto sia l’Italia -comunque non semplice- di oggi. Siamo stati un paese in cui essere rapinati, rapiti, o finire in mezzo a una sparatoria di strada era un evento tutt’altro che improbabile. A me, per esempio, è capitato due volte. La prima non la dimenticherò mai, perché ero ancora un bambino, e uscendo dalla metropolitana in Piazza del Duomo, mi ritrovai in un mondo fantasmagorico, che sembrava persino bello, con fiamme che esplodevano in technicolor. Mio padre mi riportò giù verso i tornelli, prima che cominciassero anche a fischiare pallottole e lacrimogeni. Ma tant’è, questo era il mondo sicuro che talvolta ci succede di rimpiangere. Non del tutto a torto, forse, perché nuovi pericoli e nuove insicurezze hanno occupato la scena. È bene comunque sempre non idealizzare e non dimenticare un mondo in cui era normale, se facevi un lavoro importante, girare con una pistola sotto la sella della bicicletta. Non fu solo criminalità politica, come quella che abbiamo raccontato nella serie sul rapimento di Aldo Moro. Ci furono i Turatello, i Vallanzasca e anche tanto altro. Il mondo delle pailettes, di Mina, di Raffaella Carrà e di Don Lurio si abbracciava a una realtà che aveva tutti i numeri per essere definita spaventosa. Molte di quelle storie avrebbero potuto essere un film, alcune le diventarono, anche se non sempre dei migliori. 

Una notte a casa di Fabio Testi

Facciamo dunque un salto indietro in una notte a cavallo tra il 1980 e il 1981. In un attico di Via Cassia, l’aria condizionata ronza silenziosa mentre fuori la città dorme un sonno agitato, inquieto. In casa non c’è una famiglia qualunque: c’è Fabio Testi. Il bellissimo. Un  volto del cinema popolare che abbiamo riscoperto a qualche decennio di distanza con “L’Isola dei famosi” ma che allora è la bellezza statuaria che le donne sognano e gli uomini invidiano. È in compagnia di amici, la serata è rilassata, il vino è buono. Poi, il rumore che nessuno vorrebbe mai sentire. Vetri che si infrangono. Passi pesanti:  “Fermi tutti. È una rapina.”

Fabio Testi con Anita Ekberg nella stagione d’oro – Boomerissimo.it®

I banditi sono cinque. Hanno il volto coperto, le pistole spianate e quella carico nervoso che nasce da qualche carica chimica e dalla consapevolezza  tipica di chi sa che ogni secondo vale anni di galera. Immobilizzano gli ospiti, urlano ordini, iniziano a rastrellare l’argento. Ma quando uno dei banditi si avvicina al padrone di casa per tenerlo sotto tiro, la canna della pistola si abbassa impercettibilmente. Gli occhi dietro il passamontagna si sgranano. Non è un ricco qualsiasi. È lui. Le cronache raccontano che la casa è stata scelta quasi a caso. Quando i rapinatori si accorgono che la loro vittima è un divo del cinema, gli equilibri cominciano a vacillare. Testi capisce che il suo carisma è l’unica arma che ha, entra in una parte che resterà la migliore della sua carriera: offre da bere, champagne per tutti. I banditi, spiazzati, accettano. L’irruzione paramilitare finisce come una surreale serata tra “amici”, con i criminali che brindano e  l’attore che si dilegua nella notte con i gioielli, sottraendo ai rapinatori il loro bottino. L’interpretazione, che avrebbe meritato un Oscar o quantomeno un David di Donatello (che purtroppo il Nostro non ha mai vinto per le sue interpretazioni su grande schermo) è un capitolo di una storia molto più ampia, che terrorizzò la Roma della fine degli anni ‘70. Una storia drammatica e surreale da punti di vista, compreso il ruolo  giocato da un agente di polizia che diventerà presto famoso, ma non per le sue imprese di contrasto del crimine.

La banda dell’Arancia Meccanica

Per capire come si arriva a quella notte a casa di Fabio Testi, bisogna tornare indietro di qualche anno, spostarsi dalle eleganti dimore sulla Cassia a Torre Angela. Estrema periferia est. Roma al suo massimo degrado: palazzoni pseudo razionalisti, una società affamata e brutale che vive nella certezza di essere stata dimenticata dal Dio che ha una delle sue dimore terrene a pochi chilometri di distanza, e più modestamente dal Campidoglio, la sede dei grandi accomodamenti romani. Il luogo dove i potenti si incontrano, con ogni colore di giunta, per diventare più potenti, mentre il resto del mondo resta chiuso fuori, ad arrangiarsi da solo. In questa periferia degradata, dietro il bancone del bar “Paquito”, c’è Agostino Panetta, il vero protagonista di questa storia.

Agostino Panetta – Boomerissimo.it®

Classe 1959, un ragazzo semplice che non è certo nato criminale. Anzi, è figlio di un appuntato. È cresciuto con il mito dell’ordine. Ha indossato la divisa della Celere a Torino, ha giurato fedeltà alla Repubblica. Ma giorno dopo giorno ha sentito nascere dentro il rancore verso i potenti che protegge, verso un mondo che scorre ordinato, lasciando lui a contare le lire per arrivare a fine mese. Non è una scusa. Ognuno reagisce alle ingiustizie e alle durezze della vita a modo suo. C’è chi lavora per migliorare se stesso e lo spicchio di mondo che ha avuto l’avventura di trovarsi intorno, senza pensare troppo agli affari degli altri. Non Panetta, che si dimette, torna a Roma, ma si porta dietro qualcosa della sua vita precedente, deciso a cambiare la sua vita con regole tutte sue. Ha disciplina, conoscenza delle armi e, last but not least, i codici radio della Polizia. Sa come si muovono le volanti. Sa quanto ci mettono ad arrivare e decide di addentare la succosa mela che fino ad allora è stato incaricato di proteggere.  Insieme a Maurizio Verbena e Giuseppe Leoncavallo, trasforma il retrobottega del suo bar in una sala operativa. La loro non sarà una banda disorganizzata. Sarà un commando. E l’obiettivo è chiaro: punire i ricchi. Spogliarli di tutto, con la precisione di chi conosce la legge e ha deciso di calpestarla.

Il brivido della notte, la droga della paura

Tra il 1979 e il 1983, la banda mette a segno circa 700 rapine. Una cifra mostruosa, industriale. Panetta sa il fatto suo, e i suoi sono una task force efficientissima, che realizza quasi una rapina ogni due giorni. Potrebbe essere un record mondiale.

Arancia Meccanica a Roma
L’odore della notte, la locandina del cult – Boomerissimo.it®

Lo stile è inconfondibile  e terrificante. Non colpiscono banche o furgoni blindati. Entrano nelle case, e ne prendono possesso. Non si accontentano di rubare: restano.
Applicano una tortura psicologica raffinata. Si siedono a tavola con le vittime legate. Mangiano i loro avanzi. Guardano la televisione nei loro salotti. Violano l’intimità domestica in modo così profondo che le vittime, spesso, non si riprendono più. Rubano, stuprano, e lo fanno con una perversione psicologica che le vittime quasi mai avranno il coraggio di denunciare. Non sono rapinatori, sono predatori ed è questo modus operandi  che spinge i giornali a rispolverare il capolavoro di Stanley Kubrick. Li chiamano “quelli dell’Arancia Meccanica” perché picchiano col calcio della pistola, perché sembrano godere della paura altrui. Diventeranno anni dopo un film, nel quale possiamo ancora rivivere qualcosa della violenza e del senso di impotenza delle vittime.

Le vittime sono avvocati, imprenditori, gente dei Parioli e del Fleming. In alcuni casi, Panetta confesserà abusi che molte donne, per vergogna o terrore di ritorsioni, non avevano mai denunciato. È una guerra di classe combattuta non con i volantini ideologici delle BR, ma con il terrore puro.

Traditi da un Commodore

Per quattro anni colpiscono e svaniscono. La polizia è impotente, Roma è nel caos, i commissariati non si parlano: una denuncia al Flaminio rimane sepolta lì, una al Salario finisce in un altro archivio cartaceo. Nessuno sembra in grado di unire i puntini e ricomporre il mosaico degli indizi.  Nessuno tranne un uomo che guarda al futuro: il tenente dei Carabinieri Carlo Felice Corsetti, che ha un’intuizione geniale per l’epoca. Capisce che la mente umana non può processare 700 crimini sparsi, ma forse una macchina sì. Si procura un computer, una specie di giocattolo per come lo vediamo oggi e inizia a inserire dati: orari, zone, descrizioni, modalità di fuga. Lo schermo poco comunicativo del Commodore, si affolla di dati e pian piano comincia a restituire una verità matematica: i colpi non sono casuali: c’è un pattern, c’è una logica, c’è un epicentro geometrico. I calcoli che si accumulano finiscono per portare  a Torre Angela. Il 16 aprile 1983, la “bella vita” finisce. Panetta e Leoncavallo vengono arrestati ai Parioli, traditi dalla loro stessa serialità. Verbena scappa in Australia, ma la sua latitanza durerà poco.

Dal carcere al cult movie

Il processo del 1986 è un evento mediatico: 59 imputati, quasi 300 parti civili. Panetta viene condannato a 23 anni, ma in aula sorprende tutti. Tira fuori un’agendina zeppa di appunti. Aveva segnato tutto. Ogni colpo, ogni gioiello, ogni lira rubata, con la precisione del poliziotto che non lo abbandonerà mai. La sua storia, oggi abbastanza dimenticata divente prima un libro: “Le notti di Arancia Meccanica” del giornalista Dido Sacchettoni, che intervista Panetta in carcere facendosi raccontare la discesa agli inferi in prima persona, con uno schema che tanti criminali seriali hanno ripercorso, da “A sangue freddo” a “Ted Bundy” a Ed Kemper, che le sue storie le ha addirittura raccontate in proprio. Nel 1988 la storia di Panetta diventa anche un film instant-cult: “L’odore della notte” di Claudio Caligari.

Terrore in casa Testi – Boomerissimo.it®

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Per chi scrive e chi legge Boomerissimo, e quegli anni li ha vissuti, ripercorrere quella storia resta un drammatico ma tutto sommato salutare salto nel tempo. Per i nostri lettori più giovani, supponiamo possa essere un monito. La pace, la vita tranquilla in una cità sicura, non sono scontate. Sono spesso parentesi, che possono interrompersi violentemente, trasformandosi in incubo. Nulla è scontato: il varietà e l’incubo, la bella vita e l’orrore più spietato si attraggono. E basta poco perché finiscano per trovarsi a distanza di una canna di pistola.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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