Quando il potere mediatico diventa criminale: la parabola di Robert Maxwell, da sopravvissuto della Shoah alla morte misteriosa nelle acque delle Canarie.
Ci sono uomini capaci di tutto, e una parte di noi finirà sempre per ammirarne, almeno una parte. Uno lo abbiamo avuto in Italia, e per me che sono cresciuto in un’agenzia di pubblicità (e oltretutto sono stato un acceso tifoso del Milan) resterà per sempre una figura bifronte. Lo era per i miei capi, ai quali aveva fatto guadagnare soldi a palate moltiplicando il mercato pubblicitario con le sue TV private, ma ai quali non di rado aveva fregato clienti e business. A me, probabilmente, il mondo in cui vedere un film comportava anche sorbirsi un’ora o quasi di spot, ha offerto una carriera in un lavoro che altrimenti non ci sarebbe stato. Come tifoso milanista mi ha regalato l’impensabile, ma allo stesso tempo ha ucciso il diavolo nel quale mi riconoscevo. Insomma, anche personalmente un bilancio tra luci e ombre.

Molto peggio è andata però a chi ha sofferto delle ombre di un altro magnate dei media, l’inglese (o per meglio dire anglo-cecoslovacco) Robert Maxwell. Alcuni di loro hanno guadagnato la salvezza della loro squadra di calcio. Altri, e questo è davvero tragico, ci hanno rimesso la pensione, solo in parte salvata da un intervento disperato del governo inglese. Non è andata meglio a Maxwell stesso, che ci ha rimesso la vita con un finale oscuro e misterioso, degno di una spy story (ammesso che non lo sia stata veramente).
Uomo nudo in mare
Il 5 novembre 1991, alle 17:00, l’equipaggio dello yacht Lady Ghislaine lancia l’allarme. Il proprietario non si trova. La nave sta navigando in acque calme al largo di Tenerife, nelle Isole Canarie. Robert Maxwell, il magnate che possiede mezza Londra, l’uomo che i tabloid chiamano Captain Bob, sembra essersi volatilizzato. Quando un pescatore spagnolo avvista il corpo qualche ora dopo, la scena è drammatica e surreale. Il corpo del miliardario galleggia a faccia in giù, completamente nudo. Quella morte non è solo la fine di un uomo, è l’inizio di una reazione a catena che in poche ore polverizzerà un impero. Nelle ore successive alla scoperta del cadavere, mentre le banche di mezzo mondo iniziano a tremare e i figli cercano di capire cosa sia successo, emerge una verità che nessuno aveva osato immaginare. Maxwell non era l’uomo più ricco d’Inghilterra. O meglio, lo era, ma era anche l’autore della più grande truffa della storia britannica. Per capire come l’uomo sia finito nudo nell’Atlantico, bisogna capire da dove Robert Maxwell, o meglio Ján Ludvík Hyman Binyamin Hoch era partito. È una storia che comincia molto lontano da uno yacht di lusso.
Dalle stalle alle stelle (e ritorno)
Robert Maxwell è un bambino ebreo poverissimo quando nasce nel 1923 in un villaggio sperduto dell’allora Cecoslovacchia. Il suo vero nome è Ján Ludvík Hyman Binyamin Hoch. L’ambizione che finirà (forse) per perdere la sua vita è anche quella che lo salva, nei drammatici primi decenni di vita, in un continente in fiamme, dove la sua origine rappresenterà presto una condanna a morte.

Se per molti la guerra è una rovina, per il giovane Ján Ludvík è la salvezza. Nel trambusto del conflitto, ancora adolescente, trova l’occasione per fuggire dall’occupazione nazista e arrivare in Gran Bretagna. Nel 1940 si è già arruolato nell’esercito di Sua Maestà. Cambia anche il nome in qualcosa di più anglosassone, più consono a quella nuova patria che lo ha accolto: decide di chiamarsi Robert Maxwell, impara l’inglese in modo impeccabile (o quasi, perché manterrà per tutta la vita un accento piuttosto particolare). Nell’esercito si guadagna anche una Military Cross per eroismo, consegnata dal Maresciallo Montgomery in persona. Il piccolo Jan si è salvato e ha aiutato l’Inghilterra a salvarsi, ma non può impedire che la tragedia lo colpisca alle spalle. Quasi tutta la sua famiglia finisce sterminata ad Auschwitz. Un trauma che si porterà dietro per sempre: non smetterà mai di cercare in ogni spezzone, in ogni foto del lager i volti della madre e dei familiari, scomparsi per sempre nel nulla.
1971: l’anno del primo scandalo
C’è chi dice che Maxwell, di cui nessuno ha mai negato l’enorme cinismo personale, abbia più volte usato la sua tragedia e quella di un popolo come scudo morale, quando le cose si facevano complicate. Non siamo in grado di tranciare giudizi morali di questo tipo.
La grande tragedia della Shoah è tale anche perché ha colpito chiunque fosse destinato a essere eliminato, senza alcuna altra ragione che quella etnica. Nei camini di Auschwitz sono finiti buoni e cattivi, santi e malfattori, prostitute e uomini che la tradizione ebraica considera qualcosa di simile a santi. Lo stesso vale per chi si è fortunosamente o avventurosamente salvato, come è il caso di Maxwell. Quel che è certo è che finita la guerra il ragazzo dei Carpazi si lancia nell’editoria: fonda Pergamon Press. Ha individuato una miniera d’oro nelle pubblicazioni scientifiche dell’Est europeo, allora sotto controllo comunista. Un mondo dove il capitalismo non esiste, e dunque nemmeno i diritti d’autore: un Eldorado per gente di pochi scrupoli. I maligni potrebbero dire che i pochi scrupoli di Maxwell siano la carta vincente in un altro campo dalla discutibile trasparenza morale: la politica. Maxwell capisce sin dal 1964, prima ancora di cominciare a mungere i ritrovati scientifici di oltrecortina che quel campo è promettente. Riesce a farsi eleggere deputato per il partito laburista, e qui torna anche se specularmente l’analogia con il magnate dei media italiano, per quanto in una collocazione politica completamente diversa. Cose di poca importanza, in fin dei conti, per chi cerca nella politica un moltiplicatore di potere e un ascensore verso le leve che contano davvero, e da cui gli affari dipendono. Che la politica sia importante, il miliardario socialista lo tocca con mano a partire dal 1969, quando cerca di vendere la sua Pergamon Press. A parte la faccenduola dei diritti mai pagati (e del resto mai dovuti), nessun conto sembra tornare in azienda. Scoppia uno scandalo, il governo apre un’inchiesta, che si conclude con un rapporto devastante del Dipartimento del Commercio.
“Robert Maxwell non è una persona su cui si possa fare affidamento per l’esercizio di una corretta gestione di una società quotata in borsa”.
–Report del Department of Trade and Industry
Il grande outsider è finito. Per la City di Londra è un paria, un intoccabile. Nel particolare sistema di caste del business inglese, l’uomo venuto da lontano sembra destinato a scomparire per sempre. Ma quell’uomo non è un trafficone qualunque, è anche Robert Maxwell.
La rivincita e l’acquisto del Mirror
Invece di ritirarsi, Maxwell passa il decennio successivo a ricostruire la sua immagine con la ferocia di un uomo di nuovo affamato e in pericolo. Vuole rientrare dalla porta principale, non vuole essere liquidato come un truffatore, per di più dall’accento straniero e non troppo anglosassone. I media sono di nuovo la sua formula magica. Vuole un giornale, uno strumento di potere reale per competere con il suo grande rivale: Rupert Murdoch. L’occasione arriva nel luglio 1984. Il gruppo Mirror Group Newspapers è in vendita. Maxwell mette sul piatto 113 milioni di sterline e se lo prende. Con il Daily Mirror ora possiede il quotidiano popolare di sinistra più letto del Paese. Non è detto che sia un grande affare economico, ma adesso è un editore che può influenzare le elezioni, un uomo che i politici devono corteggiare. Non sveliamo probabilmente nulla dicendo che questo è ciò che continua a rendere appetibili i grandi quotidiani, anche quando i loro bilanci sono fallimentari. Maxwell gioca fino in fondo la carta dell’influenza sulle grandi masse (e ancora una volta il paragone con l’omologo italiano calza come un guanto): compra squadre di calcio: salva l’Oxford United portandolo in prima divisione nel 1983, poi nel 1987 acquista il Derby County. Tenta addirittura una folle fusione tra l’Oxford e il Reading per creare i Thames Valley Royals. Ma questa volta il popolo non è con lui: i tifosi lo bloccano con le barricate. È solo un piccolo inciampo, non importa. Lui compra, vende, appare in elicottero, licenzia gente in diretta. Si comporta come il padrone dell’Inghilterra, e almeno in parte lo è.
Il grande saccheggio
Ma l’impero di Maxwell è un gigante dai piedi di argilla. Per comprare tutto quello che ha comprato (inclusa la casa editrice americana Macmillan per 2,6 miliardi di dollari nel 1988), si è indebitato fino al collo. Quando i tassi di interesse salgono e l’economia rallenta alla fine degli anni ‘80, il miraggio finisce.
Le banche vogliono rientrare dei loro crediti, ma le aziende di Maxwell non hanno un soldo di liquidità. Sono piene di soldi, ma soldi di qualcun altro: i dipendenti che hanno versato contributi per decenni per costruire le proprie pensioni. Quando Maxwell scopre che il fondo pensioni del Mirror Group è stracolmo di liquidità, comincia il grande saccheggio. Milioni di sterline vengono usati per tappare i buchi delle sue società private, ma anche per comprare azioni delle sue stesse aziende, per sostenerne artificialmente il prezzo in Borsa. Acrobazie, fumo e specchi, finché nel 1990 anche i soldi dei dipendenti del Mirror finiscono, e non c’è più niente da dare a banche come Swiss Bank Corporation e Goldman Sachs, che pretendono garanzie o rientro immediato dei prestiti. È il drammatico 1991 che segna la fine di Maxwell e del suo castello di carte, di debiti, di truffe. Il 4 novembre, Maxwell ha un appuntamento decisivo con la Banca d’Inghilterra. Alla fine, buoni ultimi, anche gli organismi di controllo si sono accorti della voragine e chiedono spiegazioni. Maxwell non si presenta, salta sul suo jet privato e vola a Gibilterra, e da lì sul suo yacht, la Lady Ghislaine, a cui ordina di salpare. È ovviamente nervoso, più intrattabile del solito. Passa le notti a mangiare e a fare telefonate rabbiose. La mattina del 5 novembre, il suo corpo viene trovato in mare.
Come e morto Robert Maxwell?
Se il quadro della catastrofe finanziaria è oggi fin troppo chiaro, molto meno evidente è la dinamica che porta alla morte del magnate. L’autopsia spagnola diventa una rissa tra esperti, ognuno dei quali ha un’opinione diversa. Uno parla di infarto, uno di annegamento, uno di entrambi. Il verdetto ufficiale spagnolo cita una crisi cardio-respiratoria e una caduta accidentale.
Asso pigliatutto: le teorie del complotto fioriscono immediatamente. Maxwell si è suicidato perché sapeva che la frode stava per essere scoperta? È scivolato accidentalmente, magari a causa di un malore, dato il suo peso e la sua salute precaria? O è stato eliminato? Chi lo conosceva bene giura che l’ipotesi del suicidio non ha nessuna possibilità, il lottatore non avrebbe mai lasciato il campo. Ma oggettivamente è difficile esserne davvero sicuri. Dalle sue origini e dall’eterna propensione a inventare complotti ebraici nasce un’altra teoria che trova subito, ovviamente, fortuna: l’assassinio da parte del Mossad. Un giornalista investigativo-complottista, che negli anni ‘90 sta già grattando il fondo del barile, ci scrive un libro che da allora è continuamente ristampato. La vecchia Europa in certe cose non cambia mai, ma va detto che anche Israele ci mette un po’ del suo, alimentando qualche sospetto di non proprio totale estraneità all’influenza di Maxwell. Robert Maxwell, l’ex ragazzo ebreo, ex eroe di guerra al nazismo, ma anche grande truffatore, viene sepolto in Israele con funerali di stato, alla presenza del Primo Ministro Yitzhak Shamir e del Presidente Chaim Herzog, che nell’elogio funebre dice: “Ha fatto per Israele più di quanto si possa dire oggi”. Un infortunio, forse, e certamente un notevole aggravio per me, che passo considerevole parte del mio tempo fuori da Boomerissimo a cercare di dissipare i fumi di complotti e calunnie, di cui sarebbero responsabili gli eterni colpevoli dal naso adunco. Già è come svuotare il mare con un secchio bucato. Forse era il caso di non dare una mano a dietrologi e cultori delle leggende nere. Ormai è andata: non esiste nessuna prova né indizio, ma è un sospetto che aleggerà per sempre.
Eredità avvelenata
Come accade nei film, la morte dell’eroe (in questo caso negativo) scioglie rapidamente tutti i nodi della storia. I revisori dei conti piombano finalmente (meglio tardi che mai) negli uffici del Mirror e scoprono che la “cassaforte” del fondo pensioni è vuota. Mancano all’appello circa 460 milioni di sterline. Vite distrutte, i figli di Kevin e Ian vengono arrestati, l’impero crolla, ma il labirinto finanziario è talmente complicato che nessuno, a parte il solito Pantalone (in questo caso da esportazione), pagherà mai. I soldi li mettono i contribuenti, per salvare i dipendenti senza pensioni. La storia è comunque destinata ad avere un’ulteriore appendice avvelenata: Ghislaine, la figlia prediletta, quella che dava il nome alla barca su cui il padre è morto. La stampa la dipinge come una vittima, la figlia devota lasciata sola.
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Nessuno poteva immaginare che, trent’anni dopo, il nome Maxwell sarebbe tornato sulle prime pagine per crimini ancora più odiosi, legati al traffico sessuale di minori, insieme a Jeffrey Epstein. Ma questa è un’altra storia, forse anche più tragica e che di grandioso non ha proprio nulla. Nemmeno la personalità di un grande truffatore, sopravvissuto a Hitler ma non ai propri maneggi.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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