Il Paese Felice non era mai felice abbastanza. Ma quando il Gigante sistemava tutto, noi bambini capivamo il messaggio, arriva il dolce!
Non so la vostra, ma la mia mamma era quella dei no. Qualsiasi cosa tu le chiedessi, la risposta era di default, no! Poi potevi negoziare, intavolare un tavolo delle trattative che poteva durare giorni, giorni estenuanti, tra le altre cose.

Non avendo nonne accoglienti da usare come supporto, ma un nonno che era meglio non scomodare, gioco forza dovevo mettere in atto tutte le mie tattiche diplomatiche. A dire il vero, non sono mai stata brava a intortare le persone, non lo ero allora e men che mai adesso. Trattandosi di una me neanche decenne le mie richieste erano, viste con gli occhi di oggi, minime. Non chiedevo chissร quali giocattoli, anche perchรฉ quelli si ricevevano alle feste comandate, compleanni, onomastici, Natale e Befana. Le richieste piรน pregnanti (e piรน rifiutate) erano quelle che viaggiavano intorno allโuniverso cioccolato.
Il cioccolato no
Quando ero piccina, mangiavo davvero poco ed ero estremamente selettiva. No verdure, fatta eccezione per pomodori, peperoni, melanzane e funghi (sono vegetali anche se non so se si possano definire verdure), no riso (mi sembrava il mangime degli uccelli), no legumi e anche la carne mi dava parecchio fastidio. Il pesce mi faceva schifo allora e continua a disgustarmi tuttora. Mia madre faceva i salti mortali per farmi mangiare qualcosa, ma io oltre alla pasta al sugo non andavo. E anche lรฌ, arrivavo a metร piatto. Poi le cose sono cambiate, ora mangio molte delle cose che consideravo becchime, ma su una cosa non sono mai cambiata: il cioccolato. Vivrei di quello, principalmente fondente.

Mamma su quello era intransigente. โIl cioccolato riscaldaโ, che nel suo linguaggio criptico voleva dire che causava problemi intestinali. Ma il suo atteggiamento nei confronti del divino alimento era duale, lo comprava, solo per tenerlo nascosto ed elargirlo in dosi omeopatiche. Ricordo le scatole di cioccolatini comprate per โquelli che ci vengono a trovareโ (chi?) nascoste allโinterno di un vecchio pianoforte che nessuno suonava, strategicamente posizionato nel salottino buono chiuso a chiave. Ma io, alla stregua di Arsenio Lupin, avevo carpito il duplice segreto, dove erano i cioccolatini e dove era la chiave.
Ma a volte, non potevo fare altro che chiederle di comprarmi lโoggetto delle mie brame, anche perchรฉ io, allโepoca ero nullatenente. Quando arrivรฒ la Nutella, ad esempio, fu per me unโepifania. Buona, morbida, che io mangiavo con il cucchiaio, non sul pane. Ma anche quella, con il contagocceโฆ
Ferrero, pensaci tu
Ferrero sapeva come ipnotizzare i bambini, che di certo non si preoccupavano di implicazioni nutrizionali, impatto sul volume addominale e sulla circonferenza di fianchi e glutei, ma andavano pazzi per i Kinder, la Fiesta, i Mon Cheri, e ovviamente la Nutella. Per assicurarsi la loro attenzione creรฒ la serie con le avventure di Jo Condor e del Gigante Buono.
Lo svolgimento aveva sempre il medesimo punto di partenza. Esisteva un paese dove tutti si volevano bene. A interrompere lโarmonia arrivava il perfido condor, il suo nome era Jo, Jo Condor (scusate, mi รจ venuto spontaneo), spalleggiato dal suo vice, Secondor. Il condor con il mirino sul becco, una ne faceva e cento ne pensava. In un episodio riapre la scuola e tutti sono contenti (poteva succedere solo in un carosello). Ma arriva Jo Condor e distrugge il tetto. La canzoncina recita: “Andava la maestra, andava Scipione che studia Nerone, andava Donato che รจ sempre bocciato, andava Fiorello che aiuta il bidello, andava Lulรน coi suoi occhi blu”. In un altro distrugge la stella del presepe, la scala dei pompieri, la mongolfiera del paese. Per affrontare il perfido uccello e riportare ordine, gli abitanti chiamavano sempre il Gigante Buono. In uno stesso carosello nacquero due modi di dire che noi che non siamo nati ieri, continuiamo ad usare, a volte dimenticando che non tutti comprendono: E che cโho scritto Jo Condor? e Gigante, pensaci tuuuuuuuuโฆ
Gli autori
Ideatore della serie fu Romano Bertola, autore anche delle musiche. Bertola รจ stato scrittore, paroliere e copy pubblicitario per lโagenzia di Armando Testa. Era giร famoso per aver creato “Miguel son mi” per Lavazza. Lo spunto per Jo Condor gli venne dal film “Joe il pilota” (A Guy Named Joe) interpretato da Spencer Tracy. Fu lui stesso a dare la voce al personaggio di Jo Condor, creando la battuta rivelatrice della nostra etร “E che, c’ho scritto Jo Condor?” che in piemontese significava “sono mica giocondo (scemo)?”.

La realizzazione tecnica e lโanimazione fu affidata all’Organizzazione Pagot, lo stesso studio che aveva creato Calimero, piccolo e nero e il draghetto Grisรน, che da grande vuole fare il pompiere. I fratelli Pagot, pionieri dell’animazione italiana sin dal 1946, realizzarono i caroselli Ferrero con la tecnica tradizionale della cel animation. Ogni episodio richiedeva centinaia di disegni: gli sfondi venivano dipinti una sola volta su carta, mentre ogni movimento dei personaggi veniva disegnato a mano su fogli trasparenti di acetato (i rodovetri), ricalcati con inchiostro e colorati sul retro. I fogli venivano poi sovrapposti agli sfondi e fotografati fotogramma per fotogramma. Per creare l’illusione del movimento servivano circa 12-24 disegni al secondo. A dare la voce al Gigante Amico fu il grande doppiatore Carlo Bonomi, voce anche di pulcino nero e della Linea. I codini hanno visto presenze illustri come Enzo Garinei e i Ricchi e Poveri. Ad un certo punto della nostra infanzia Carosello ha chiuso. Ferrero no, per la nostra gola e la sua fortuna.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.itยฎ


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