Se Indiana Jones è nato il merito è di un film (piuttosto bruttino) di Steve McQueen. L’idea della storia e anche quella del nome dell’archeologo quella vengono dalle avventure della irrequieta star di Bullit. A metterlo in un angolo ci pensò Steven Spielberg.
Per chi è stato ragazzo in un certo momento storico, pochi film hanno avuto lo stesso impatto di Indiana Jones, una specie di B-Movie diventato grande, un parto della geniale capacità di Steven Spielberg di trasformare in oro quasi tutto quello che tocca, persino una specie di fumettone strappato agli albi di avventura per ragazzi. Un capolavoro che è diventato un genere a sé, con innumerevoli tentativi di imitazione, pochi dei quali anche solo minimamente riusciti.

Tutto il contrario è un oscuro film che vede Steve McQueen come protagonista, uno dei pochi che non abbiano sfondato il box office, il che è certamente una curiosità degna di nota per un attore che negli ‘70, nonostante doti drammatiche non precisamente all’altezza di divi come Paul Newman o Yul Brynner, è stato a lungo l’attore più visto e più pagato di Hollywood. Uno dei pochi che con la sua sola presenza potesse assicurare ad una pellicola, anche non particolarmente geniale o spettacolare, un successo di pubblico a quattro pallini (più complicato è sempre stato il successo della critica). Non siamo certamente tra quelli che considerano Steve McQueen “un cane”. Eppure proprio un cane è l’anello che collega McQueen alla storia di Indiana Jones. Un cane senza il quale nulla di Indiana Jones sarebbe stato lo stesso.
La dog connection dietro Indiana Jones
Indiana Jones nasce da un’idea di George Lucas. Sua fu la volontà tenace di portare sullo schermo le peripezie di un professore, alle prese con miti, leggende, spie naziste e la forza misteriosa dell’Arca dell’Alleanza, dispersa da tempi biblici, e per nostra fortuna ritrovata quantomeno al cinema.
Sua fu la capacità di convincere uno scornacchiato Steven Spielberg, umiliato dal rifiuto di Albert Broccoli ad averlo come regista di James Bond. Spielberg voleva creare il suo bond (un’idea a nostro avviso non particolarmente promettente) Lucas, nel corso di una vacanza caraibica, che doveva servire da ricostituente per entrambi, lo convinse che in pentola bolliva qualcosa di molto migliore: la storia di un archeologo, appunto. Un archeologo ancora senza nome. Dopo il “sì” di Spielberg, a risolvere il dilemma non irrilevante del nome del protagonista, ci avrebbe pensato un cane. In quegli anni George Lucas aveva un curioso compagno peloso, un Alaskan Malamute. Un cane da slitta, insomma, che nel caso di Lucas serviva invece a pilotarlo in macchina. Lo accompagnava nei suoi trasferimenti automobilistici ed era stato onorato del titolo di “copilota peloso”. Era già una personalità del cinema, avendo fornito l’ispirazione per uno dei personaggi più memorabili dell’universo di Lucas: Chewbecca, l’alieno tricotico di Star Wars. Ben presto, quel cane, che si chiamava Indiana, avrebbe avuto un ruolo anche in indiana Jones.
Un incrocio tra un cane e Steve McQueen
Gente come Lucas e Spielberg si distingue dai comuni mortali per l’abilità di utilizzare i materiali più improbabili per costruire i propri sogni, e trasformarli nei nostri. Il più improbabile dei materiali, quando Lucas comincio a concepire le avventure del suo archeologo era un film minore, uno dei più scarsi di Steve McQueen, un western: il macchinoso prequel di un successo del momento: un guazzabuglio di avventure un po’ troppo denso e pasticciato: Nevada Smith.

Lucas, che in quel momento stava inseguendo un nuovo sogno e riempiva le sue giornate gettando abbozzi di idee con il suo cane Indiana sulle ginocchia cominciò a rielaborare le ingenue avventure di quell’uomo della frontiera interpretato da Steve McQueen. Un uomo che non aveva pace, che inseguiva e e veniva inseguito da ogni sorta di antagonisti, scribacchiando la sua storia e carezzando il suo cane, Lucas ebbe l’idea che credeva vincente per dare un nome a quell’eroe che profumava consapevolmente di B-movie e che non vedeva l’ora di raccontare al suo amico e compagno di merende, Steven Spielberg. Nevada Smith sarebbe diventato Indiana Smith, una specie di incrocio tra il personaggio di McQueen e il suo. Non era una buona idea.
Il rifiuto di Steven Spielberg
Spielberg, che certamente era un ragazzo che di cinema e di saghe capiva qualcosa, abbracciò la storia dell’archeologo che Lucas aveva immaginato. Un eroe che sembrava uscito dalle avventure di Tarzan e di Mandrake. Molto meno entusiasta fu del nome che Lucas aveva scelto.

Come Steven Spielberg è stato riìfiutato da James Bond – Boomerissimo.it
Del film di Steve McQueen non gli importava niente, non ne sentiva il richiamo né il fascino. Non gli aveva fatto suonare nessuna campanella e nel nome “Smith” vedeva solo qualcosa di banale, troppo generico, senza ironia, senza grandezza. Gli piaceva invece la parte canina del nome: Indiana. Trovare il cognome fu un’impresa abbastanza complessa, com’è sempre dare un nome a un figlio molto desiderato. Alla fine Lucas accettò un suggerimento di Spielberg: Jones. Indiana Jones era nato, mettendo definitivamente da parte il film di Steve McQueen che era servito da ispirazione. La coppia sentiva che era un nome importante, e lo fu. Così importante che in seguito decisero di raccontarne la storia in uno dei sequel più riusciti di Indiana Jones: Indiana Jones e l’ultima crociata, dove appare anche Sean Connery. Qui che i gli spettatori scoprono la “verità” sull’origine del nome di battaglia del professor Henry Walton Jones Jr.: Indiana era in realtà il nome del suo cane di famiglia.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con una piccola donazione a questo link
Una versione romanzata che non è poi troppo lontana dalla verità, ma che non rende nessun merito a Steve McQueen, l’uomo che con il suo personaggio a dire il vero un po’ zoppicante ha ispirato la nascita dell’immortale archeologo con un nome di cane.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


Rispondi