John Travolta è diventato quello che è grazie a questo film, mentre noi tutti almeno una volta abbiamo imitato la sua posa con l’indice in alto.
Tamarro che più tamarro non si può John Travolta è stato consegnato alla storia nel suo improponibile completo bianco e camicia nera aperta sul petto.

E’ un film amaro, a tratti disperato La febbre del sabato sera, ma tutta la storia passa in secondo piano davanti a Travolta che balla sul pavimento illuminato della discoteca.
Simbolo
Se esiste un film che si merita a pieno titolo l’appellativo di cult è La febbre del sabato sera. Tutti lo abbiamo visto, tutti abbiamo provato ad imparare qualche passo, nel mio caso con pessimi e dolorosi risultati, tutti conosciamo le canzoni del film. E se non tutti, molti siamo rimasti malissimo per il finale.
Mal ce n’è incolto, se, alla ricerca di un happy ending abbiamo fatto il madornale errore di andare a vedere il maldestro seguito, Staying alive, il cui regista, Sylvester Stallone, ha reso Travolta più simile a Big Jim che a un ballerino, senza nulla aggiungere ad una storia che era già completa. E niente, le minestre riscaldate raramente funzionano, riscaldate poi da Rocky/Rambo ancora meno.
L’idea del film era stata venduta come storia vera, salvo poi scoprire che nulla di quanto raccontato era reale.
Una truffa, tante truffe
Nel 1976 apparve sul New York magazine un articolo di Nik Cohn dal titolo “Tribal Rites of the New Saturday Night”. L’articolo narrava la storia di un brooklynite adolescente di scarsi mezzi che aveva trovato il modo di brillare di luce propria grazie al suo amore per il ballo. Il nome del ragazzo era Vincent. Pur avendo dichiarato all’epoca che si trattava di pura verità, dopo circa vent’anni Cohn ammise di aver mentito su tutta la linea. Vincent non era mai esistito, ma solo liberamente ispirato da un mod che aveva conosciuto negli anni Sessanta.
La discoteca, il 2001 Odyssey esisteva davvero. Quello che invece fu costruito appositamente per il film fu il pavimento che si illuminava. Assolutamente sovradimensionato per una discoteca di Brooklyn, venne a costare quindicimila dollari di fine anni Settanta.
Nonostante Travolta sembri assolutamente a suo agio in discoteca, l’interprete di Tony Manero non era affatto un patito dell’ambiente. Tra le altre cose, a New York la moda delle discoteche in quegli anni stava cominciando a scemare. Insomma, non era più “cool” andarci, era un po’ da sfigati. Per un po’ il locale si avvalse della pubblicità che il film gli fece. Divenne un luogo da visitare, una sorta di santuario, ma questo alla lunga non bastò. Quando gli incassi cominciarono a diminuire, il proprietario lo convertì in un gay club.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo con una piccola donazione a questo link
Tutto questo possiamo accettarlo, ma la musica, Tony Manero e i Bee Gees, un connubio perfetto, se fosse mai esistito. Il produttore del film contattò i fratelli Gibb che però erano in sala di registrazione e declinarono l’invito. Solo successivamente accettarono e composero la musica, secondo quanto affermato da Robin Gibb, in un fine settimana. Musica che fu poi aggiunta in post produzione. Questo vuol dire che Travolta non stava affatto ballando sulle note di You should be dancing o How deep is your love. Crolla il mito. E allora, su quale musica ballava Tony Manero? Tenetevi forte… su alcune non meglio precisate canzoni di Stevie Wonder e Lowdown di Boz Scaggs.
Opera di fantasia o verosimiglianza che sia, la storia di Tony Manero avrà sempre un posto nel nostro cuore.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


Rispondi