Nessuna rivalità, ma non si può parlare di amicizia. Troppo grande l’uno, troppo (ancora) giovane l’altro. Il racconto di un momento indimenticabile tra maestro e allievo.
Bruce Lee è il maestro. A chiunque si chieda, comunque se ne parli, la sua grandezza come artista marziale, il suo perfezionismo spinto dall’ambizione di essere qualcosa di più di una comparsa nei film di Hollywood ha fatto di lui un mito difficile da scardinare.

Chiunque ha avuto la fortuna di conoscerlo ne serba un ricordo reverenziale, non ultimo il suo erede (cinematograficamente parlando) Jackie Chan.
Simili? No
Jackie Chan, nella sua autobiografia, ha raccontato di come, all’inizio della sua carriera, produttori e registi gli chiedevano di imitare il maestro. Sarebbe stata una via più facile al successo. Ma Chan era convinto che nessuno potesse avvicinarsi a ciò che era stato Bruce Lee, per di più Chan non sentiva che lo stile del maestro gli fosse congeniale.

Il Dragone amava eseguire calci alti, diversamente da Chan. La sua arte era basata su velocità e potenza, mentre Jackie Chan ha introdotto una vena di commedia nei suoi combattimenti, usando tutto ciò che ha a tiro come un’arma, con risvolti comici.
Bruce Lee ha poi creato la sua propria arte, Jeet Kune Do, mentre Chan utilizza più che altro diverse stili di Kung Fu, anche in forma creativa.

La scelta di Chan si è rivelata vincente. E’ infatti diventato uno degli artisti di action movie più famosi (e ricchi) del mondo.
Una sera per caso
Jackie Chan, agli albori della sua carriera, è stato uno dei tantissimi stuntman impiegati nei film di Bruce Lee.
Gli stuntman potevano recitare nel ruolo di avversari del Dragone o di suoi accoliti. Grazie alla sua indiscussa perizia, Jackie venne selezionato personalmente da Bruce Lee come suo degno avversario, più e più volte.
L’attore di Rush Hour ne era lusingato e anche “ferito”. Affrontare Bruce Lee, per quanto in un combattimento simulato era un privilegio, ma comportava anche dolori e lividi. Non sempre era “buona la prima” e questo comportava una reiterazione di colpi che, talvolta, andavano a segno sul serio.
Ma la predilezione del maestro per il giovane Chan suscitò l’invidia degli altri e l’invidia è un nemico pericoloso. Jackie non venne più chiamato come stuntman.
Ma un giorno accadde l’impensabile come racconta lo stesso Chan:
Per riassumere, una sera del 1973, Chan stava camminando per le strade di Hong Kong con l’intenzione di andare a rilassarsi al bowling. Improvvisamente si sentì chiamare e riconobbe Bruce Lee. Il maestro gli chiese di ricordagli il suo nome e dove stesse andando.
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Chan fu stupito, anzi scioccato che il più grande artista marziale di tutti i tempi, il suo idolo, si offrisse di accompagnarlo. Presero un taxi e andarono insieme al bowling. All’improvviso Chan si sentì una star, era lì sulle piste con la gente che sgomitava per avere un autografo da Bruce e lui gli faceva da bodyguard, oltre che essere l’eletto che giocava con lui.
Dopo un paio di partite, Lee decise che era il momento di andare. Ripresero insieme il taxi. Lee salutò Chan con un sorriso. Dieci giorni dopo, la morte se lo portò via a soli 32 anni.
Un incontro del destino con relativo passaggio del testimone? C’è materia per chi ci crede.
Antonietta Terraglia – Copyright Boomerissimo.it®


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