Muhammad Alì e la sua imprevista, imprevedibile, ma molto amata origine in terra d’Irlanda. Una storia di storie, di volontà e di identità.
Il mondo è decisamente molto più grande e strano di quanto, a volte, ci viene comodo pensare. Gli uomini non sono cartoline, poster, icone, distintivi da mettersi sul bavero. Le identità sono qualcosa a cui talvolta ci serve aggrapparci, o in cui veniamo incasellati. Ma sono a loro volta una cosa fluida, cangiante.

Siamo in parte quello che decidiamo di essere e in parte quello che gli altri decidono che dobbiamo essere. A volte le due cose coincidono, a volte ci mettiamo del nostro perché questo accada. A volte finiamo persino per combatterci delle guerre, magari morendo pure per la causa.
Eppure, la verità è sempre più complessa e frattale di come chiunque, noi per primi, si sforzi di semplificarla.
Prendiamo ad esempio Muhammad Alì. Un uomo che alla sua identità di afroamericano ha dedicato la vita. Un pugile e un simbolo della sua gente, che ancora in giovanissima età ha scoperto di essere troppo nero per avere gli stessi diritti e la stessa considerazione degli altri.
Mahammad Alì è stato un pugile leggendario, il più grande peso massimo della storia. È stato anche l’uomo che con coraggio infinito ha lottato da solo contro tutti, creando una figura rivoluzionaria di atleta attivista politico. Contro il governo degli Stati Uniti, contro il sistema bianco, spesso anche contro la galassia dell’attivismo nero, nella quale ognuno aveva idee molto chiare, e spesso diverse dalle sue, su cosa un simbolo della comunità afroamericana dovesse dire e fare per contribuire all’avanzamento e all’integrazione. Giusto o sbagliato che fosse, Alì fece sempre quello che era giusto per lui, fregandosene (spesso a sue spese) dei suggerimenti e dei buoni consigli di leader politici e intellettuali.
Chi lo conosce poco potrebbe pensare che Muhammad Alì sia stato un uomo ad una sola dimensione, completamente dedicato a un’idea, a una causa. Ma non è esattamente così. Un esempio della sua complessità è l’importanza che dava alla sua origine irlandese. Sì, irlandese.
Forse è difficile immaginare un uomo come Alì vestito di tweed, con una birra verde in mano, il giorno di St Patrick. Altri, come John Wayne, che non aveva una goccia di sangue irlandese, sono riusciti nell’impresa di diventare irlandesi immaginari, adorati nell’isola verde, grazie a un film. Per un uomo come Alì i tratti somatici e la fisiognomica erano meno d’aiuto alla rappresentazione.
Eppure questo gigante dello sport e non solo, nato Cassius Clay, che aveva scelto di diventare musulmano anche e soprattutto in conflitto con il mondo bianco, aveva anche radici irlandesi. L’esame del suo albero genealogico individua alle origini della storia americana della sua famiglia, il bis-bisnonno Abe Grady. Un irlandese che aveva sposato una donna di colore.
Alì era perfettamente a conoscenza di questa origine e ne era particolarmente fiero.
I tre viaggi in Irlanda di Muhammad Alì
Alì annunciò al mondo di essere, almeno in parte irlandese durante la sua prima visita a Dublino. Era il 1972 e il viaggio avrebbe dovuto avere scopi prettamente sportivi: si trattava di affrontare Al “Blue” Lewis all’arena di Croke Park.
Al suo arrivo, il gigante di Louisville trovò ad attenderlo una folla immensa e adorante. Che tuttavia non aveva alcuna idea di accogliere una specie di lontano compaesano. Quando Alì durante i giorni di preparazione del match annunciò di essere in parte Irlandese, l’Irlanda fu colta decisamente di sorpresa. Presto lo avrebbe adottato come un nipotino lontano.
Muhammad Alì tornò in Irlanda nel 2003, ormai anziano ex pugile. Assistette all’apertura di una manifestazione di giochi sportivi estivi a Dublino, abbracciato e accolto con ovazioni memorabili.
Ma la vera e propria visita di riscoperta delle sue radici fu quella del 2009, quando il leggendario peso massimo scese in Irlanda appositamente per visitare Ennis, il paesino della contea di Clare da cui era partito quel suo bis-bisnonno. Fu una visita commovente, nel quale la cittadina gli consegnò il certificato di cittadino onorario. Il primo esule di Ennis che fosse mai tornato a vedere il luogo di partenza della sua famiglia, in 250 anni di storia. Fu scoperto un monumento nel luogo dove, si dice, Abe Grady amava sostare, contemplando il paesaggio della contea. Alì incontrò parenti lontani, del ramo della sua famiglia rimasto sull’isola. Ascoltò e imparò molto del suo lato irlandese.
Una storia di cui si continua a discutere
Storici e genealogisti hanno voluto passare al pettine fitto le origini di Alì. C’è chi non è convinto che Abe Grady fosse un “vero” irlandese. C’è chi sostiene che venisse da una delle popolazioni nomadi d’Irlanda.

C’è chi dice che nella confusione dell’America nascente nomi e cognomi si cambiavano più facilmente delle giacche (alquanto costose a quei tempi) e ognuno assumeva l’identità e l’origine che riteneva più adatta e conveniente. E chissà se Abe Grady era davvero irlandese come ha sempre raccontato di essere.
Speculazioni inutili. Le identità non sono fatte di scienza e cromosomi. Sono fatte di cultura, di volontà di appartenere, di scelte.
Abe Grady, di questo siamo certi, ha voluto essere irlandese. Così come, almeno in parte, ha voluto esserlo anche quel suo imprevedibile bis-bisnipote. Un uomo che a prima vista pochi avrebbero indovinato essere irlandese. Ma che lo era, e ci teneva ad esserlo.
Antonio Pintér


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