Onnipresente. Non c’era pranzo, cena, matrimonio o cerimonia in cui mancasse. Lui, il bicchierozzo in cui gamberi a corolla spuntavano dalla salsa rosa.
Gli anni Ottanta sono stati un decennio colorato e decorativo oltre che eccessivo, “sborone” e ok, eravamo ragazzi ed era tutto figo (mica sempre), ma certe ricette (come abbiamo già avuto modo di affermare qui) sarebbe davvero meglio lasciarle confinate nel ricordo.

La cifra di quegli anni era l’ostentazione e qualsiasi cosa non sapesse di provinciale. Si faceva un grande uso di salse che prima di allora pochi sapevano esistessero, maionese, ketchup e affini come se piovesse in una deviata concezione di diventare “uomini di mondo” (Totò docet, del resto aveva fatto tre anni di militare a Cuneo) anche in cucina.
Le origini
Le origini del manicaretto che vi abbiamo riportato nella memoria a breve termine ha origine incerta, ma obviously, non è italiana. Da noi il gambero ha sempre fatto bella mostra di sé nella frittura di paranza, croce e delizia della cucina di casa nei canonici “venerdì pesce”.
La consuetudine di mangiare il crostaceo decapode mescolato a salse appiccicose nasce oltreoceano circa due secoli or sono, mentre l’idea di metterli in bicchieri da cocktail sarebbe nata durante il proibizionismo. Alcool non si poteva bere e quel tipo di bicchieri andavano pur usati in qualche modo.
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Negli anni Sessanta o giù di lì sbarca nell’algida Albione, dove una precorritrice degli chef televisivi (!), tale Fanny Cradock ha il merito di aver scoperto questa chicca. Per attraversare la Manica, la Gallia e diffondersi in territorio italico, ci mette più di quanto ci abbiano impiegato le armate romane per fare il percorso inverso, ma si sa, i gamberi camminano all’indietro.
L’apoteosi degli anni Ottanta
E noi, chi siamo, chi eravamo per lasciarci sfuggire tal simile manicaretto? Era così figo da essere onnipresente in qualsivoglia menu.
Ma in buona sostanza come si prepara? Beh, le varianti non sono poche. Elemento immancabile sono i gamberi che a seconda delle ricette vanno sbollentati o cotti al vapore, a cui, un volta puliti va aggiunta la salsa che è un composto variabile di maionese, ketchup, salsa worcestershire, Tabasco, brandy o cognac e l’immancabile decorazione in lattuga, che tutti si sono chiesti se si potesse mangiare o meno, con il rischio di fare una figura barbina. Il tutto elegantemente e coreograficamente allestito in bicchieri normalmente destinati ad ospitare altro.
I rischi connessi
Data la natura degli ingredienti, pesce, salse varie, era ed è imperativo che tutto debba essere freschissimo e che non possa essere preparato il giorno prima per il giorno dopo.
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In qualche caso, ahinoi, la catena del freddo si interrompeva, e l’antipasto freschissimo arrivava un po’ stagionato sulle tavole di clienti e/o invitati al matrimonio causando, in questi malcapitati episodi, conseguenze intestinali perniciose. Il connubio tra pesce e maionese non al loro meglio causava situazioni da spot di Imodium e lunghe sedute meditative nelle stanze da bagno.

Personalmente non mi è mai gran che piaciuto il cocktail di gamberi, troppo pasticciato per i miei gusti e mi fa piacere che si sia diradato il suo consumo. Quello che invece imperversa è l’uso di contenitori, per così dire singolari, per i cocktail. Ho visto andare per la maggiore i cari vecchi barattoli ermetici in vetro. Mi è capitato di vederci servito un po’ di tutto dal cocktail, al tiramisù, alla pasta porzionata per l’happy hour. A me fa un po’ specie, io da vecchia quale sono, in quei bei vasi di vetro ci mettevo melanzane e carciofi sottolio, ma io sono old-fashioned.
Antonietta Terraglia


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