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Clay Regazzoni

Clay Regazzoni, l’uomo che giocava con la vita

Avete presente quei cartelli luminosi sui ponti delle autostrade? Cose sagge, per la maggior parte di noi. Ma Clay Regazzoni era un uomo fatto di una pasta diversa. Era un pilota, forse aveva più personalità che talento. Ma di quella ne aveva da vendere. I cartelli li leggeva poco, perché lui con la vita ci giocava. E l’ha fatto nonostante tutto, fino all’ultimo giorno.

Ci sono piloti con le mani d’oro, raffinati esteti del volante. Gente che disegna curve e traiettorie che neanche Giotto. Ci sono piloti che hanno la visione tattica e strategica, cervelli d’oro, che sanno calcolare il tempo esatto di un rifornimento, di un cambio gomme.

Clay Regazzoni
Clay Regazzoni, una vita a giocare con lei – Boomerissimo.it

E poi c’era Clay Regazzoni. Piede pesante, di piombo. Premeva l’acceleratore giù, al chiodo, e non c’era altro che gli si potesse dire. I tatticismi non erano roba per lui. Clay Regazzoni era un pilota che d’oro aveva un’ altra cosa: il fondoschiena. E non perché fosse particolarmente fortunato (come la vita purtroppo si è incaricata di dimostrare). No, Regazzoni era uno di quei piloti che vengono definiti così grazie alle antenne sensibilissime celate in quella parte che altri considerano poco nobile, e che se ne sta a stretto contatto col sedile, ne coglie le vibrazioni, i sussulti, le reazioni. Era lì che Regazzoni aveva i suoi sensori avanzatissimi, che nessun computer potrà mai superare e che facevano di lui il personaggio più ricercato del circus, quando c’era una macchina bizzosa, che non aveva ancora trovato la giusta messa a punto.

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Clay Regazzoni ci saliva e giro dopo giro, rischio dopo rischio, percepiva e indicava alla tribù dei meccanici che cosa occorreva fare per guadagnare gli ultimi centesimi di secondo, quelli che fanno la differenza tra il risultato e la sua mancanza. Tra il trionfo, lo champagne, le ragazze che ti si stringono al collo, i flash e il ritorno mesto e silenzioso nel paddock, per riprovarci un’altra volta.

Tutto cominciò, incredibilmente, a Mendrisio

Chi conosce un po’ quell’angolo d’Italia che si trova oltre il confine svizzero, terre del Granducato di Milano, cedute dagli Sforza in seguito a complesse vicende di qualche secolo fa, ma non per questo diventate meno lombarde, sa che l’avventurosità non è esattamente la cifra del luogo.

@motorsport.otd

Là sotto le Alpi, dove si parla un curioso italiano al profumo di montagna, dove anche la pubblicità è solida e con i piedi per terra, senza voli pindarici (“Un posto dove si mangia bene”, mi è capitato di leggere, sui poster di una catena di ristoranti), non ti aspetteresti di vedere nascere spericolati assi del volante, né per la verità assi di nessun altro tipo. La vita è tranquilla, sicura e prevedibile, in lontananza si sentono i campanacci delle mucche. Alle strisce pedonali non c’è macchina che non si fermi. Soprattutto, nessuno sa cosa sia l’eccesso di velocità.

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Eppure proprio lì, tra quelle casette bianche, in quelle valli ordinate e silenziose, un giorno del 1939 nacque Clay Regazzoni. Lì, a Mendrisio, suo zio aveva una ditta di carrozziere e fu in quella piccola azienda artigianale che Gianclaudio Giuseppe Regazzoni (detto Clay, per comprensibile bisogno di brevità) si avvicinò per la prima volto al mondo delle automobili, rimanendo ben presto conquistato molto più da ciò che rombava sotto il cofano, che dal cofano stesso, o dalla perfetta verniciatura delle portiere. Fu in quella piccola azienda di famiglia che un ragazzo che aveva scoperto la voglia di correre, cominciò a spremere tutto quello che c’era da spremere da vecchie vetture improbabili. Probabilmente quelle che non interessavano più a nessuno. Fu lì, a forza di cercare di spremere sangue dalle rape che si sviluppo il famoso, finissimo, fondoschiena d’oro di Clay Regazzoni, quell’arma segreta che lo avrebbe portato fino all’olimpo della Formula1.

Gli inizi svizzeri

Un giovanissimo Clay, al cospetto delle montagne svizzere, attratto dal rombo delle automobili, aveva un destino segnato: le corse in salita. E da lì cominciò preparando una Austin Haley Sprite (modello che oggi suona ai più sconosciuto), e cominciando ad affinare quel fondoschiena che sarebbe diventato leggendario.

Il ragazzo aveva il bernoccolo dell’Inghilterra, qualche soldo da parte. Quando decise di fare veramente sul serio si iscrisse ai corsi di pilotaggio di Jim Russell, allora leggendario. Una vera fucina di talenti che avrebbe forgiato anche Emerson Fittipaldi e Gilles Villenueve. La concorrenza era agguerrita, ma Clay non era tipo da nutrire sensi di inferiorità verso nessuno: pigiò il suo piedone, mise in modo i suoi sensori e arrivò primo del suo corso, garantendosi l’ingresso in Formula 3. La carriera di Regazzoni cominciò così, vincendo.

Dalle formule minori alla Ferrari: il trionfo di Monza

Regazzoni esordì in Formula 3 nel 1968, guidando una Tecno. Era un pilota duro, che non temeva la sfida, che non alzava mai il piede primo. Un pilota che sin dagli inizi, proprio in Formula 3 cominciò a prendere in giro la morte, sfidandola e battendola, con un terribile incidente sul circuito di Montecarlo, da cui solo un miracolo lo tirò fuori illeso. Un “dritto” sulla ghiaia lo fece passare sotto un guard rail, che rasò la macchina come una lama. Quando uscì dall’abitacolo dove si era rannicchiato, intero e fresco come una rosa, nessuno sapeva se essere più sollevato o più sorpreso.

Enzo Ferrari e Clay Regazzoni
Clay e il Drake: una relazione complicata – Boomerissimo.it

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Nel giro di due anni approdò a una Ferrari sempre leggendaria ma decisamente non all’apice della forma. Eppure vinse, anche lì, dopo poche gare, un incredibile Gran Premio d’Italia a Monza, con una macchina che perdeva benzina e rischiava di incendiarsi da un momento all’altro.

Gran Premio di Monza 1970 – Clay Regazzoni vince sulla Ferrari numero 4 – Boomerissimo.it

A incendiarsi fu invece l’entusiasmo del pubblico di casa. Era nato l’amore-odio con Enzo, il Drake, che anche nei momenti più bassi del loro rapporto, non avrebbe più dimenticato quella vittoria.

Viveurdanseur, calciatore, tennista e, a tempo perso, pilota: così ho definito Clay Regazzoni, il brillante, intramontabile Clay, ospite d’onore ideale per le più disparate manifestazioni alla moda, grande risorsa dei rotocalchi femminili. Lo contattai fin dal 1969 […]. L’anno dopo vinse un memorabile Gran Premio d’Italia a Monza. Poi si affinò, come stile e temperamento, che era fra i più audaci, fino a diventare un ottimo professionista. Gli avversari lo hanno sempre rispettato

Enzo Ferrari

La vita dura di un duro

Gli avversari lo hanno sempre rispettato, Enzo Ferrari forse un po’ meno. Regazzoni andò e venì dalla Ferrari, dove contribuì a portare un ragazzo austriaco che correva con lui in BRM. Lauda e Regazzoni erano due piloti dai caratteri opposti, si sfidarono in pista guidando le rosse, secondo il volere di un Drake che non ha mai troppo amato il gioco di squadra e che ha sempre preteso che i suoi piloti corressero tutti e solo per vincere.

Nel 1974 Regazzoni commise l’errore di arrivare secondo al mondiale, a poche lunghezze dall’amico rivale Emerson Fittipaldi, in Lotus. Fu l’inizio della sua fine in Ferrari, che da allora puntò sempre più su Lauda, costringendo Regazzoni ad andarsene.

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Il dopo Ferrari di Regazzoni furono anni di combattimento, dissidi in pista e fuori, passaggi da un team all’altro, alla ricerca di una squadra vincente, fino al drammatico giorno del 1980 in cui con la sua Ensign, che aveva perso i freni si schiantò contrò la Brabham di Ricardo Zuino e poi contro uno di quei muretti che rappresentavano la estrema misura di “sicurezza” dell’epoca. Uno schianto devastante che distrusse la macchina e privò il pilota dell’uso delle gambe, rendendolo paraplegico. Rincorrendo la vita, aveva sfiorato la morte un’altra volta.

Non arrendersi mai

Regazzoni non si è mai arreso ad un avversario e non ha cominciato quando a sfidarlo è stata la sedia a rotelle. Commentatore e telecronista apprezzatissimo, Regazzoni ha anche continuato a correre, fondando a tale scopo una associazione di piloti disabili: Federazione Italiana Sportiva Automobilismo Patenti Speciali (FISAPS)

Lauda e Regazzoni – Boomerissimo.it

La velocità era la droga di Regazzoni, forse l’unica attrazione più forte di lui. Una sirena a cui non sapeva dire di no. Lo sa bene chi è salito in macchina con lui, compiendo un errore drammatico che i più hanno giurato di non ripetere mai più.

Correva in pista, ma correva anche in strada. Dalle mie parti, quando ero ragazzo, si raccontava di un Regazzoni fermato dalla stradale mentre percorreva le strade di campagna vicino a Chiaravalle a 200 Km/h. Si diceva che fosse stato costretto a lasciare sul posto, alle cure degli agenti, sia la macchina che la patente. Le mamme ci ammonivano a stare attenti, ogni volta che uscivamo in bicicletta. Clay Regazzoni avrebbe potuto spuntare fuori di nuovo, così, all’improvviso, dietro ogni curva. Non sono mai riuscito a trovare conferme di questa leggenda che ci terrorizzava. Se non è vera è senz’altro verosimile.

Dopo un’intera esistenza a giocare con la vita e a fregarsene della morte, Clay Regazzoni è morto proprio così. Quello che non avevano potuto fare i guard rail di Montecarlo, i muretti di Long Beach né il volo della Targa Florio, lo fece un anonimo Tir su un ponte dell’A1, vicino a Parma. Era il 15 dicembre 2006 quando Regazzoni lo tamponò violentemente, in un’incidente che non è mai stato definitivamente chiarito. Fini così l’ultima partita di Clay con la sua avversaria e amica.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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