Chi ha abitato in una certa zona di Milano, non potrà mai dimenticare la fabbrica OM, quella dei poderosi autocarri che la facevano da padrone sulle nostre strade. Lupetto, Tigrotto, Leoncino hanno imposto la loro legge dagli anni 50 fino alla fine degli anni ’60. A domare lo zoo delle Officine Meccaniche, e molto altro, ci pensò Mamma Fiat. Ma questa è un’ altra storia, che peraltro ci è costata molto cara…
Oggi al posto della Fabbrica OM c’è un complesso ex industriale come si usano a Milano: una grande Esselunga, la famosa discoteca Magazzini Generali, capannoni ripuliti, imbiancati, sezionati, arredati in open space. Computer, divisori di vetro e a mezza altezza, qualche segno di vita nei vialetti verso l’ora di pranzo e del caffé, quando questa umanità automatizzata e cibernetica si ritrova per un orrido panino piastrato o un non meno esecrabile caffè di cialda al baretto del complesso.

È questa l’industria di oggi, e meno male che c’ è. Una classe operaia sbocconcellata e a partita IVA, cottimizzata ma ad aria condizionata. Ogni tempo ha i suoi faticatori. Quelli della mia infanzia vestivano la tuta blu ed erano in perenne agitazione proprio fuori da quei cancelli, finché scomparvero del tutto. Li vedevo ogni giorno, passando in tram. Capivo che una stagione stava tramontando ma non immaginavo ancora quanto.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo cliccando qui
Oggi quella città fantasma è stata ristrutturata e ripopolata da formichine con gli occhi rossi per le troppe ore al Pc (non il partito in cui molti di quei lavoratori stavano finendo di credere, ma un nuovo agente rivoluzionario, che sto utilizzando pure io per scrivere questa storia di asfalto, olio motore e infine sconfitta).
OM: Officine Meccaniche
OM, il mitico ovale blu incastonato sui camion che smuovevano l’Italia, e pure te, nella tua utilitaria, se ostacolavi la loro marcia. Un’ azienda che si coniuga al passato: “è stata un’ azienda italiana specializzata nella produzione di veicoli, particolarmente autocarri, e mezzi ferrotranviari”. Di OM oggi, dopo cinquant’anni di ristrutturazioni, cambiamenti societari, spezzatini e “salvataggi”, rimane solo la produzione di carrelli elevatori, in capo al gruppo tedesco Kion. Se non è un RiP ci va abbastanza vicino.

La storia di OM ha un’inizio lontano nel tempo, addirittura nel XIX secolo. Nel 1899 è già solidamente piantata in Via Vittadini, in Porta Vigentina, una periferia sud di Milano allora decisamente fuori dalla cerchia cittadina, e oggi completamente riassorbita con i suoi capannoni e le sue vestigia industriali tornate a nuova vita (?).
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo cliccando qui
In principio, OM produceva carri ferroviari e una varietà di macchine e macchinari adatti a quell’epoca di esplosione meccanizzata e velocistica. Non mancheranno le macchine da corsa che parteciperanno alla Mille Miglia. Ma è nel dopoguerra che comincia questa storia, che ha visto OM protagonista, come re della foresta sulle strade italiane.
Leoncino: il capostipite della gamma “zoologica”
Nel 1950 OM lancia il Leoncino. Ed è subito un successo straordinario. L’ automezzo, che oggi ci appare come un simpatico ricordo vintage, se lo immaginiamo calato nel suo tempo è straordinariamente innovativo. La cabina avanzata gli permette di dominare la strada in un modo a cui gli autocarri americani per lunghissimo tempo continueranno a non arrendersi.

La cabina è larga ben due metri e può ospitare tre persone. La struttura è versatile, robusta, si presta a una miriade di versioni ed adattamenti, dall’autobus all’autopompa dei pompieri. I camion dell’epoca, al confronto, appaiono preistorici. Immediatamente al di sotto della sua luminosa cabina vetrata pulsa un propulsore da 4561 cm3, che eroga 92 cv. Nulla di straordinario o spettacolare da questo punto di vista, ma abbastanza per trasportare con sicurezza ed affidabilità le 6,5 tonnellate del mezzo e i 30-35 quintali di carico utile.
Ti piace Boomerissimo? Sostienilo cliccando qui
L’intelligenza della progettazione, la sua modernità senza avventurismi, la modularità e la versatilità di questo autocarro diventano rapidamente leggendari, al punto che, come a Hollywood, OM comincia a sfornare sequel del suo blockbuster: in pochi anni nasce una intera gamma di bestie stradali, tra le 3 e le 8 tonnellate di stazza. Orsetto, Lupetto, Tigrotto (il top della gamma), sono quelli che ci ricordiamo tutti. Ma ce ne sono molti altri, più o meno fortunati. La loro caratteristica è quella di essere autocarri orgogliosamente autonomi. Raramente, solo in poche versioni, sono stati prodotti per il trasporto pesante, in forma di autotreno. Lo zoo di OM è fatto per un’Italia non ancora autostradalizzata: si inerpica per statali e provinciali, sale e discende valli. Sono i figli e i padri di un boom economico che in pochi decenni trasformerà il paese.

Lo zoo di OM nasce dividendosi la strada, ancora polverosa, con Lambrette, biciclette e ancora rade automobili. Finirà per cedere il passo ai TIR che attraversano l’Europa come bastimenti stradali, ormai impossibili da inseguire.
Una fine targata Fiat
Come molte altre storie industriali italiane, anche OM ha vissuto il suo capitolo finale con l’inglobamento in Fiat. Officine Meccaniche viene definitivamente integrata nel gruppone torinese nel 1967. Saranno gli anni di una lunga agonia, che personalmento ho vissuto dal finestrino del tram che passava davanti ai cancelli.

Ero ancora un bambino, poi un ragazzino. Passavo di lì ogni volta che andavo in centro, venendo da una periferia ancora più esterna di quella degli stabilimenti che la città aveva finito per inglobare. Quella dello stabilimento era una voce prima furiosa, poi sempre più flebile, rassegnata.

Un giorno la OM non ci fu più del tutto. Era il 1994. Un’ altra parabola conclusa con il marchio Fiat, che avrà sicuramente negoziato per il meglio (con i soldi dei contribuenti) casse integrazioni, prepensionamenti, esodi. E alla fine si è trovata un’ aerea industriale da reinventare, ormai in mezzo alla città.
Oggi, sulle ceneri delle Officine Meccaniche, si balla.
Antonio Pintér


Rispondi