Per anagrafe e per schietta propensione epicurea, Rocco Siffredi è decisamente uno di noi. Da altri punti di vista, che lo qualificano professionalmente, anche no. Eppure è capitato anche a lui…
Per alcuni un sogno, per molti un idolo, per altri un modello difficile oggettivamente da raggiungere, Rocco Siffredi è ormai molto più di una pornostar di lunga durata (e si intenda con questo la lunghezza della carriera). Debordando da quegli schermi che ne hanno fatto la grandezza e da quelle lenzuola (o tavolini, sgabelli, cofani di auto) dove ama sempre ritornare, Rocco Siffredi è assurto addirittura alle altezze di maître-à-penser, filosofo e maestro di vita.
Trionfa sui social, nell’advertsing, concettualizza, segna la via. Insomma anche da questo punto di vista sembra essere ormai definitivamente sfuggito alle altezze dell’ uomo medio, per avvicinarsi a quelle della divinità.

Eppure Rocco, al secolo e per la precisione Rocco Tano, ha anche molti aspetti che ce lo avvicinano, che lo rendono in qualche modo normale. Anzitutto, una certa vicinanza anagrafica.
Rocco non incassa mai un “no”
Rocco Tano, o Siffredi che dir si voglia, nasce infatti a Ortona nell’ormai non vicinissimo 1964. La sua resistenza al pezzo e la sua voglia di fare, sempre e comunque, sono una fonte di ispirazione inesauribile, per chiunque appartenga in modo più o meno lasco a questa generazione. Anche la sua spiccata propensione per le virtù epicuree è un tratto simpatico, gioioso, che avvicina il divo a chi ne ammira le gesta sullo schermo.
Resta il fatto però che altri suoi tratti decisamente privati e personali, quelli che hanno contribuito a farne una star prima dello schermo, poi del VHS, del DVD e infine dello streaming, non sono precisamente comuni. Segnano, come dire, una profonda cesura con la regola, la media. E, in fin dei conti, la mediocrità nella quale, lasciati i sogni, tutti noi torniamo a galleggiare.
Rocco è The King, Rocco palleggia femmine come un campione di tennis le palline sparate contro di lui da un tubo sotto pressione. Rocco non esita, non fallisce, non fa cilecca, non si ritrova mai a spiegare che è stata una settimana difficile. Non possiamo nemmeno immaginarlo pronunziare una frase come: “Scusa, ma sei troppo bella”. No, assolutamente no.
E soprattutto, Rocco non incassa mai un no.
Siamo sicuri?
Ecco, in realtà non è proprio così. Per quanto assurdo e inimmaginabile tutto ciò possa sembrare, c’ è almeno un caso in cui persino lui, il re del talamo, è rimasto a bocca asciutta. Ancora più incredibile è il fatto che l’occasione ha fatto spettacolo, ed è stata pure filmata.
Il fatto è singolare, ma nasce da un’ altra dote di Rocco che ce lo fa sentire vicino: la sua generosità, la sua propensione a sostenere i giovani, e soprattutto le giovani artiste. Una delle quali, però, gli ha giocato un brutto scherzo.
La “colpevole”, se così si può dire, è una debuttante cantante carrarese che per dare alla sua carriera un avvio col botto, pensa bene di contattarlo e proporgli di giocare il ruolo di protagonista nel suo nuovo e primissimo video.
Il nome della starlet è Lialai, che di Rocco ha apprezzato (tra le poche) la morbidezza, la sensibilità, la capacità di farsi concavo e infondere sicurezza. Nel video che hanno realizzato insieme, intitolato Kill me, Lialai è una ragazza che la vita e l’amore hanno strapazzato. E che decide perciò di consumare la sua vendetta su tutto il genere maschile.
Come colpire gli uomini nella loro interezza, se non colpendo Rocco Siffredi, colui che possiede in dosi massicce, ed esibisce, proprio quelle doti che tutti sognano di avere? Ad esempio, come si è visto, la spiccata sensibilità?
Nel videoclip Rocco e Lialai sono complici in una rapina. Ma il fine non è lieto: il crimine trionfa ma l’amore no. Siffredi resta legato al letto, senza soldi e senza ragazza. Cornuto, e pure mazziato. Una fine tragica e ingloriosa per l’uomo che non deve chiedere mai e non dice mai basta.
Una fine tragica da antieroe. Lasciato a bocca asciutta, illuso, mollato da solo con le speranze infrante. Una fine che ti fa venire voglia di abbracciarlo (anche se con una certa cautela, ché non si sa mai), per dirgli: “Rocco… sei uno di noi”.
O quasi.
Antonio Pintér


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