Il giallo a puntate di Boomerissimo. Seconda puntata. Milano, 1975. La telefonata che ti cambia la vita, in peggio. Un biglietto per via Padova. Donne che non sanno, donne sparite, una donna che ti dice di lasciare perdere. Una donna, la più temibile, che ti aspetta domani.
Riassunto: Un uomo che aveva lasciato lo sporco mondo del porno per pensare solo al suo risotto. Un uomo che non sa dire di no a un amico. Un morto di troppo, un rullino da trovare che non c’è, e un biglietto con il nome di Pervinca. Ricky voleva restare fuori. Il mondo è già sulla porta della trattoria.
Via Padova partiva da Loreto e non migliorava mai. Ricky camminava con le mani in tasca. La mattina era grigia. Non pioveva. L’asfalto aveva ancora il colore della notte. I tram passavano pieni. Gente che andava al lavoro. Fabbriche, uffici, negozi. Tutti con una destinazione. Lui no. Il biglietto trovato nell’appartamento del Gaucho gli aveva dato un indirizzo e un nome. Pervinca. Lo teneva nel portafoglio. Lo toccava ogni volta che pagava qualcosa. Non l’aveva ancora chiamata.

I lampioni erano ancora accesi. Luce gialla, fioca. I negozi alzavano le saracinesche. Un panettiere scaricava cassette di pane da un furgone. L’odore di lievito si mescolava con quello di gasolio. Due donne parlavano in dialetto calabrese. Una teneva una borsa della spesa vuota. L’altra fumava. Tre ragazzi gli vennero addosso all’altezza di via dei Transiti. Jeans, giacconi militari, giornali arrotolati. Bandiere rosse piegate. Camminavano veloci, occupando tutto il marciapiede. Parlavano a voce alta. Parole dure, definitive. Uno portava gli occhiali con la montatura di metallo. L’altro aveva una barba rada, rossiccia. La ragazza aveva i capelli corti e un’espressione che non ammetteva dubbi. Urtarono Ricky senza fermarsi. La ragazza gli lanciò un’occhiata. Non scusa. Non curiosità. Solo la conferma che lui, uomo di mezza età con la giacca scura, non era rilevante. Ricky non disse niente. Riprese a camminare.
Via Padova non era una strada da cartolina. Non lo era mai stata. Case di ringhiera, ballatoi, cortili stretti. Palazzi degli anni Trenta e Cinquanta. Intonaci scrostati. Insegne al neon spente. Un’officina meccanica con la saracinesca mezza alzata. Un bar con le luci accese e due uomini in piedi al banco. Sui muri, manifesti strappati. Scritte. Sezioni di partito. Sedi di collettivi. Qualche palazzo occupato. Non era un quartiere alla moda e non voleva diventarlo. Lì la gente sopravviveva e litigava forte. L’odore cambiava a ogni portone. Fritto. Carta stampata. Fumo di sigaretta. Un venditore ambulante gridava qualcosa in dialetto pugliese. Un’altra donna, anziana, guardava dalla finestra senza espressione.
Ricky pensò a Pervinca. La ricordava in un ufficio pieno di foto. Sempre in piedi. Sempre con qualcosa in mano da correggere. Una matita rossa. Un provino. Un menabò. Parlava a voce bassa, ma tutti la ascoltavano. Vestiva bene. Troppo bene per quel mondo di modelle mezze nude e fotografi in canottiera. Gonna grigia. Camicetta bianca. Un foulard al collo. Tacchi che facevano rumore sul pavimento di linoleum. E le fatture. Le fatture che non pagava mai. Promesse. Rinvii. “La settimana prossima, Rota.” “C’è stato un problema con la distribuzione.” “Ciro deve firmare.” “Ciro è a Napoli.” “Ciro è tornato ma ha dimenticato.” E intanto il lavoro era stato fatto. Le foto erano state consegnate. Le modelle erano state pagate in contanti da Ricky, che poi aspettava mesi per riavere i soldi. Solo che non tornavano mai. Pervinca lo sapeva. Anzi, era il suo metodo. Tenere tutti in attesa. Fotografi, stampatori, sceneggiatori. Tutti a chiedere. Tutti a tornare in ufficio. Tutti a sorridere perché lei decideva chi lavorava e chi no. Ricky aveva smesso di tornare. Aveva aperto la trattoria e smesso di rispondere al telefono. Aveva costruito una vita dove nessuno gli doveva niente e lui non doveva niente a nessuno. E adesso stava camminando in via Padova per cercare una donna che gli faceva schifo.

Il bar era all’angolo con via Esterle. Insegna gialla, lettere rosse: “Bar Sport”. Niente di sportivo. Solo un nome come un altro. Entrò. L’interno era stretto e lungo. Bancone a sinistra, tre tavoli a destra. Il pavimento di linoleum marrone era consumato in mezzo, dove passavano le sedie. Una macchina del caffè vecchia. Uno scaffale con bottiglie di amaro. Il televisore era acceso su un telegiornale a volume zero. L’odore era di caffè bruciato e detersivo al limone. Si sedette al banco. La padrona uscì dal retro. Sessant’anni, forse meno, forse più. Capelli tinti di un biondo innaturale. Labbra sottili disegnate con una matita marrone che sbavava leggermente all’angolo sinistro. Golf nero aderente. Troppo trucco per quell’ora del mattino. Gli sorrise con la bocca, non con gli occhi. “Buongiorno. Cosa le do?” “Caffè.” Lei girò verso la macchina. I movimenti erano lenti ma precisi. Mani con le vene in rilievo. Un anello d’oro con una pietra rossa che sembrava falso. Ricky guardò il locale mentre il caffè scendeva nella tazzina. Alle pareti, foto di calciatori. Una squadra di paese. Trofei di plastica dorata su una mensola. Un calendario del 1974 ancora appeso. Niente che ricordasse Pervinca. Niente che ricordasse El Gaucho. Niente di niente. La donna posò la tazzina sul banco. “Zucchero?” “No.” Bevve un sorso. Il caffè era bollente e amaro. Peggio di quello di Ernesto. “Conosce una certa Pervinca?” chiese senza preamboli. La donna lo guardò. Il sorriso si spense di un watt. “Pervinca chi?” “D’Alessio. Lavora nel mondo dell’editoria. Frequentava questo bar?” “Mai sentita.” “E un uomo? Grosso. Baffi. Lo chiamavano El Gaucho.” “Qui entra gente. Faccio caffè. Non chiedo i nomi.” Ricky annuì. Posò duecento lire sul banco. La donna prese i soldi e li mise nel cassetto senza dire niente. “Se si ricorda qualcosa,” disse Ricky alzandosi, “lavoro alla Trattoria Rota. Via Sammartini.” “Non vado mai da quelle parti.” “Peccato.”
Uscì. Il freddo gli diede uno schiaffo in faccia. Si fermò sul marciapiede e accese una sigaretta. Il fumo saliva dritto nell’aria ferma. Guardò a destra e a sinistra. Via Padova era piena di negozi senza infamia e senza lode. Un macellaio. Un fruttivendolo. Un negozio di scarpe con le vetrine impolverate. La città era grigia come la sua faccia allo specchio. Tutto questo era inutile. Un bar anonimo. Una padrona che sembrava una ex puttana e che probabilmente lo era stata davvero. Un biglietto trovato tra i crackers di un morto. E niente. Niente rullino. Niente piste. Solo tempo perso e fastidio. Spense la sigaretta sotto la scarpa. Tornò indietro.
Il tragitto verso la trattoria fu più veloce. Non c’erano ricordi adesso. Solo la voglia di arrivare, aprire la saracinesca, accendere le luci, fare il suo lavoro. Il lavoro vero. Quello che aveva scelto. La saracinesca era già alzata. Franco, il cameriere, era arrivato prima di lui. Entrò. L’odore della trattoria lo accolse come un cane che ti riconosce. Fumo vecchio. Cera. Fritto di ieri. Casa. Franco stava sistemando le sedie. “Buongiorno, capo.” “Buongiorno.” “Ha chiamato uno. Due volte.” “Lillo?” “Non ha detto nome. Voce da ufficio.” “Richiamerà.” Andò dietro il bancone. Controllò il frigo. Bottiglie di bianco. Due di rosso. L’acqua minerale era finita. Segnò su un foglietto: acqua minerale. La sua calligrafia era piccola e disordinata. Il cuoco arrivò alle dieci meno un quarto. Si chiamava Mario. Cinquant’anni, calvo, mani grosse ma solo per pane e pasta. Aprì la cucina. Cominciò a preparare il soffritto. L’odore di cipolla riempì il locale in dieci minuti. Ricky accese il televisore. La Svizzera stava trasmettendo un programma per casalinghe. Ricette. Sorrisi finti. Lo lasciò a volume basso. Sempre meglio di TeleScuola. Alle undici e mezzo arrivarono i primi clienti. Due impiegati delle ferrovie. Presero un bianco spruzzato e lessero il giornale. Parlarono di calcio. L’Inter aveva perso. Il Milan non stava meglio. Ricky annuiva quando uno dei due alzava la voce per coinvolgerlo.

A mezzogiorno la porta si aprì. Luisa. Entrò senza far rumore. La sua figura sottile contro la luce della strada era un taglio netto. Pantaloni neri attillati, maglione grigio, stivali bassi. I capelli corti, scuri, pettinati con le dita. La faccia affilata. Gli occhi che cercavano Ricky. Lui sollevò il mento in un saluto muto. Lei si sedette al banco. “Caffè?” chiese lui. “Bianchino.” Versò il vino in un bicchiere piccolo. Aggiunse il seltz. Lo spinse verso di lei. Luisa bevve un sorso. Poi un altro. Posò il bicchiere e lo guardò. “Sei strano.” “Non ho dormito.” “Non è solo quello.” Lui prese uno straccio e pulì il banco. Gesti lenti, circolari. “Lillo mi ha chiamato.” “E allora?” “Mi ha chiesto un favore.” “Di quelli vecchi?” “Sì.” Luisa sospirò. Prese il bicchiere e lo fece ruotare tra le dita. Le unghie erano corte, senza smalto. Dita da lavoro. “Non dovevi accettare.” “Non potevo dire di no.” “Potevi.” “Non a lui.” Lei lo guardò. Conosceva quella storia. Conosceva Lillo. Sapeva dei debiti, dei piccoli favori, di tutto quello che Ricky non diceva. Sapeva che sotto sotto, si capivano. Si volevano quasi bene. “Cosa vuole?” “Un rullino. El Gaucho è morto. C’era un rullino non sviluppato che deve sparire.” “El Gaucho? Quello dei fotoromanzi western?” “Lui.” “Era un coglione.” “Ora è un morto.” “Non cambia niente.” Ricky sorrise di un sorriso che non arrivava agli occhi. “Sei sempre delicata.” “Sono onesta. Perché Lillo vuole quel rullino?” “Dice che creerebbe problemi a persone che non c’entrano.” “Chi?” “Non l’ha detto. Non ho chiesto.” “E tu ci credi?” “Perché no?” Luisa finì il vino. Posò il bicchiere sul banco con un colpo secco. “Lascia perdere. Digli che non hai trovato niente. Fine.” “Gliel’ho detto. Ha detto di cercare meglio.” “Allora digli che non vuoi.” “Non posso.” “Perché?” “Perché mi vergognerei. Lo so che è stupido. Ma è così.” Lei lo guardò. I suoi occhi scuri leggevano sotto la superficie. Avevano passato notti insieme senza mai chiedersi cosa fossero. Senza mai fare progetti. Corpi che si riconoscevano. Nient’altro. Eppure in quel momento lo guardava come si guarda qualcuno a cui tieni più di quanto hai mai ammesso. “Sei un idiota,” disse lei. “Lo so.” “Un idiota leale. Che è la peggio specie.” “So anche questo.”
Il cameriere passò con due piatti di pasta. Il vapore saliva. Rumore di posate dai tavoli. La trattoria si stava riempiendo. Luisa si alzò. Girò intorno al banco e gli diede un bacio sulla guancia. Labbra asciutte. Rapide. “Se hai bisogno di qualcosa, chiamami.” “Cosa potresti fare?” “Truccarti da morto. Così non ti riconoscono.” Rise. Una risata corta, senza fiato. “Sei sempre utile, tu.”
Il telefono squillò. Lo squillo del bancone. Forte, metallico. Tre squilli. Poi un quarto. Franco lo guardò. Ricky si alzò. Attraversò la sala. Arrivò al bancone. Sollevò la cornetta. “Pronto.” “Ricky.” La voce di Lillo. Di nuovo. “Che vuoi?” “Ti ho cercato tutta la mattina. Dov’eri?” “In giro.” “In via Padova?” Ricky strinse la cornetta. Non rispose subito. Lillo non poteva saperlo. Non doveva saperlo. Eppure lo sapeva. “Perché me lo chiedi?” “Perché lo so. E non solo io. Pervinca sa che la stai cercando.” “Io non sto cercando Pervinca.” “Allora perché sei andato in via Padova con un biglietto con scritto il suo nome?” Ricky guardò verso il tavolo. Luisa lo osservava. Il suo viso era calmo. Aspettava. Anche lei sapeva. Non aveva bisogno di ascoltare la conversazione. Conosceva Lillo. Conosceva Ricky. Sapeva come andava a finire. “Il biglietto non ha portato a niente,” disse Ricky. “Il bar non c’entra. Fine della storia.” “Non è la fine, Ricky. È l’inizio.” Lillo fece una pausa. Si sentiva il rumore di un accendino. Il respiro. Forse una sigaretta. “Pervinca vuole vederti.” “Io no.” “Lo so. Ma devi. Lei ha informazioni. Informazioni che ti servono.” “Informazioni che servono a te. A me non serve niente. Te l’ho detto. Non faccio più queste cose.” “Ricky.” La voce di Lillo cambiò. Diventò più dura. Meno amichevole. “Ti ho chiamato perché sei un amico. Non ti ho chiesto di uccidere nessuno. Ti ho chiesto di trovare un rullino. Ma se vuoi stare fuori, stai fuori. Solo che Pervinca ti aspetta domani alle dieci. A Red Diamond. Piazza Cavour. Salone principale. E non è gentile far aspettare Pervinca.” La linea cadde.

Ricky rimase con la cornetta in mano. Il ronzio. Lo stesso di tre giorni prima. Lo stesso di ieri. Riattaccò. Restò fermo dietro il bancone. Le mani sul piano di formica. Franco gli passò accanto con due piatti. “Tutto bene, capo?” “Tutto bene.” Tornò al tavolo. Luisa aveva finito di mangiare. Aveva acceso una sigaretta. Il fumo saliva sottile. Non chiese niente. Non le serviva. “Pervinca mi aspetta domani,” disse Ricky. “Lo so.” “Come lo sai?” “Perché Lillo non molla. Mai. Ti ha cercato per giorni. Ti ha trovato. Adesso ti passa a Pervinca. È una catena di montaggio. Tu sei il pezzo che mancava.” Ricky si sedette. Prese il bicchiere di vino. Lo finì. Il vino gli scaldò la gola. Non aveva più fame. “Non voglio andarci.” “Allora non andarci.” “Se non ci vado, Lillo chiama ancora. E ancora. E ancora. Finché non cedo.” “Allora vacci. Tanto lo sai già.”
Luisa spense la sigaretta nel portacenere. Si alzò. Prese la giacca dalla sedia. La mise sulle spalle. Si chinò verso Ricky. Le loro facce erano vicine. L’odore del suo profumo. Qualcosa di leggero, quasi assente. “Vacci, parla con Pervinca, prendi quello che ti serve e torna qui. Non ti fermare. Non ascoltare le sue stronzate. Non fare altri favori. È una donna che si nutre di favori. Te ne chiederà uno, poi un altro, poi un altro. E quando ti avrà usato, ti butterà via come una cartuccia vuota.” “Lo so.” “Lo so che lo sai. Ma lo dico lo stesso.” Lo baciò sulla guancia. Un bacio rapido. Poi si allontanò. Attraversò la sala. Passò davanti al bancone. Aprì la porta. Uscì in strada. La porta si richiuse.
Fu una serata più stanca del solito. Pochi clienti, poche parole. Chiuse la trattoria presto, alle dieci. Abbassò la saracinesca. Camminò verso casa. Le strade erano vuote. I lampioni facevano pozze di luce gialla sul marciapiede bagnato. Non pioveva, ma c’era umidità nell’aria. Quella umidità milanese che ti entra nelle ossa. Arrivò a via Pepe. Salì le scale. Si fermò un attimo sul pianerottolo del terzo piano. Nessun rumore. La porta dei Colombo era chiusa. Il cane dormiva. Entrò in casa. Non accese la luce. Si tolse la giacca e la buttò sulla sedia. Si tolse le scarpe. Si sdraiò sul letto.
Il sonno arrivò come un pugno. Sognò Pervinca. Era seduta alla sua scrivania di Ora X. La stessa di sempre. Il portacenere di vetro spesso. La matita rossa. La sigaretta accesa. Ma intorno non c’erano uffici. C’erano solo muri bianchi. Infiniti. Senza porte. Senza finestre. Lei rideva. Una risata senza suono. Nella mano destra teneva un rullino. Lo faceva ruotare tra le dita. Lentamente. Come un gioiello. Ricky era in piedi davanti a lei. Non riusciva a muoversi. Le gambe erano di cemento. “Lo vuoi?” chiedeva Pervinca. La voce era la sua, ma veniva da lontano. Come un’eco. Lui provava a parlare. Niente. Lei apriva il rullino. Srotolava la pellicola. Era lunga. Lunghissima. Chilometri di negativi che si srotolavano sul pavimento. Ma non c’erano immagini. Solo plastica trasparente. Vuota. “Hai visto?” diceva Pervinca. “Non c’è niente. Non c’è mai stato niente.” E rideva. La risata si moltiplicava. Diventava dieci risate. Cento. Tutte uguali. Tutte senza suono.
Ricky si svegliò. Il petto gli si alzava e abbassava veloce. La maglietta era zuppa di sudore. Il soffitto era sempre lo stesso. La crepa. L’angolo della stanza. Si mise seduto. Appoggiò i piedi a terra. Il pavimento era freddo. Il respiro rallentava a fatica. Guardò l’orologio. Le quattro e dieci del mattino. Non si riaddormentò. Rimase seduto sul bordo del letto fino all’alba. La luce grigia entrò lentamente dalle persiane. I tram ripresero a passare. La città si svegliava, ignara di tutto.Si alzò. Andò in bagno. Si lavò la faccia con acqua fredda. Si guardò allo specchio. Le occhiaie erano più scure del solito. La barba da fare. I capelli disordinati. Prese il foglietto dal comodino. Lo dispiegò. Lo guardò. Pervinca D’Alessio. Il numero di telefono. Lo mise in tasca. Doveva chiamarla. Non oggi. Ma domani. O il giorno dopo. O il giorno dopo ancora. Doveva. Non poteva. Il telefono nella stanza accanto squillò. Lui non rispose. Lasciò che suonasse. Cinque squilli. Sei. Poi il silenzio. Forse era Lillo. Forse era già Pervinca. Forse era solo uno sbaglio. Ricky prese la giacca. Uscì. Chiuse la porta. Sulle scale, la signora Colombo lo incrociò con il cane. Il bastardino abbaiava come sempre. “Buongiorno, signor Rota.” “Buongiorno.” “Ha una brutta cera.” “Non ho dormito.” “Cattivi sogni?” “Pessimi.” Continuò a scendere. L’ascensore era ancora rotto. Fuori l’aria era fredda. Il cielo bianco. Milano lo aspettava con le sue strade grigie e i suoi tram rumorosi. E in tasca, il numero di telefono di una donna che avrebbe voluto non aver mai conosciuto. Domani era arrivato, ed era oggi. Oggi avrebbe chiamato Pervinca.

Milano, 1975. Ricky Rota ha lasciato i fotoromanzi e la pornografia su carta per una trattoria in via Sammartini, a due passi dalla Stazione Centrale. Formica, neon, ferrovieri, un risotto al giorno. Una vita che si è scelto perché nessuno gli dicesse cosa fare. Poi squilla il telefono. Un vecchio amico, troppo in alto per sporcarsi le mani, gli chiede un favore. C’è un rullino da far sparire prima che lo trovi la polizia. Non è un crimine, dice. Solo problemi. Ricky dice no. Poi dice sì. Da quel momento i morti cominciano ad arrivargli addosso. Un monolocale vuoto a Porta Venezia. Una direttrice che non paga e non spiega. Un editore che deve parlargli, ma non al telefono e non a casa. E il commissario Caputo, che lo conosce dai tempi della buoncostume e non ha intenzione di lasciarlo in pace.
Ricky non vuole tornare in quel mondo. Il mondo, però, è già alla porta della trattoria. Un giallo grigio e secco, senza redenzione. Un occhio a Scerbanenco, l’altro al riso nella pentola.
Questo è un’opera di fiction. Nomi, personaggi, luoghi, eventi e incidenti sono frutto dell’immaginazione dell’autore o usati in modo fittizio. Qualunque somiglianza con persone reali, vive o morte, o con fatti realmente accaduti è puramente casuale. Milano del 1975 fa da sfondo; la storia e i personaggi sono inventati.
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