A Capodanno del 1969 Budapest inaugura un lusso americano sul Danubio. Dentro, raccontano, ci sono microfoni, informatori in divisa da personale e ragazze col vassoio. Una di loro, anni dopo, l’Italia la chiamerà Cicciolina. Il fascicolo non è mai uscito: restano le versioni.
Ha passato qualche mese dei primi anni ‘70 a Budapest. Per mio padre era il ritorno a casa. Per me era scoprire il mondo da cui tutto era venuto. La rivoluzione del 1956. Un mondo esotico e mio, dietro la cortina. Spaventoso e seducente.

Tra le sue seduzioni, al di là del grande fiume, un cubo lussuoso e orrendo, un ecomostro a cinque o più stelle, che deturpava lo skyline di una città meravigliosa, e insieme prometteva meraviglia. Una joint venture tra il regime e i dollari, o forse gli scellini austriaci, o i marchi, o tutto. Tra le molte cose oscure di quel cubo luminoso, forse, c’era anche questa. Comunque a nessuno, nemmeno a un visitatore familiare come me, veniva la curiosità di accertare le cose dall’interno. L’avrei fatto solo molti anni dopo. Allora l’Intercontinental era ancora roba intoccabile. Da diplomatici, da businessmen, da giornalisti. E in quel palazzo intoccabile stava lavorando una certa Ilona Staller. Anche lei l’avremmo scoperta, noi comuni mortali, solo molti anni dopo. Il nome Cicciolina, all’epoca, non esisteva ancora. Esisteva un albergo, e vale la pena cominciare da lì.
Un cinque stelle per i dollari
Il 31 dicembre 1969, sul Lungodanubio di Pest, tra il Ponte Elisabetta e il Ponte delle Catene, apre il Duna Intercontinental. L’insegna è quella della catena americana, ma il direttore di HungarHotels ci tiene a precisare che la proprietà resta ungherese al cento per cento. Lo hanno progettato József Finta e László Kovácsy, e ancora oggi lo si può vedere, con un altro nome: è il Budapest Marriott. Nel 2020, cinquant’anni dopo la sua epoca più misteriosa e dorata, il Magyar Narancs ne ha ricostruito l’apertura su fonti d’epoca, e ne è uscito un quadro quasi comico. Nel gennaio 1970, il nuovo oggetto misterioso domina la città. I budapestini si mettono in fila per venire a guardare, in gruppo: collettivi aziendali, brigate socialiste. Una bottiglia di vino costa 85 fiorini, il paprikás 50, la camera più economica 330. Per chi vive di stipendio in fiorini è un altro pianeta; per chi arriva con i dollari è un affare. Ma era un affare che nemmeno noi, una famiglia italiana normale, potevamo permetterci. È, scrive il Narancs, il primo vero albergo di lusso del dopoguerra a Pest. L’Ungheria di Kádár ha bisogno di valuta occidentale. La prende da chi ce l’ha. E cerca di prendere molto altro.
Le orecchie dell’albergo
Nel 2012 la testata ungherese Hirado intervista lo scrittore Szabolcs Kordos, che del Duna Intercontinental racconta quello che nessuna brochure diceva. I servizi, sostiene, lo seguivano con ogni mezzo, soprattutto quando c’erano ungheresi tornati in visita dall’Ovest. Tra il personale c’erano i kakukk, i cuculi, gli infiltrati: i colleghi non sapevano chi fossero. E quando dopo il 1989 l’albergo viene ristrutturato, dietro le tramezze saltano fuori «molte telecamere».

C’era poi un altro strumento, meno tecnologico. Negli anni Settanta, dice Kordos, in quell’albergo operava, e la cosa non sorprenderà nessuno, anche un gruppo di kéjhölgy, donne di piacere, con la conoscenza e l’appoggio della sicurezza di Stato. Il compito era far parlare gli ospiti che contavano. E poi la frase che ci riguarda: «Di quella squadra faceva parte anche Staller Ilona, poi nota come Cicciolina». Diciamo subito, con la chiarezza e la trasparenza che i lettori di Boomerissimo.it hanno imparato ad aspettarsi, che non si tratta di un documento d’archivio. Di una prova da tribunale: è “solo” la parola di uno scrittore, un grande scrittore, riportata da una testata. Una testata importante. Ma è una parola che mette quel nome dentro un meccanismo che, per il resto, viene descritto con molti particolari. E l’idea che un albergo così avesse un servizio di questo genere non ha proprio niente di inverosimile. Il resto è la storia, la sua.
Gelato, frutta e una domanda
Elena Anna Staller nasce a Budapest il 26 novembre 1951. A tredici anni posa per la MTI, l’agenzia fotografica di Stato. Poi arriva il lavoro, e da qui in avanti ci si affida a quello che ha raccontato lei, in vent’anni di interviste. È una ragazza, e poi una donna, di bellezza struggente di cui, a dire il vero, le versioni a noi più note, con guantini e velette, sono solo una pallida ombra. Nel 2018, si racconta a Peter Gomez, per La Confessione, e la scena è questa. Ha vent’anni, lavora all’Intercontinental, e un giorno la direttrice la chiama in disparte: ci sono tre persone che la cercano.

I tre le chiedono se le piacerebbe guadagnare di più. «A chi non piacerebbe?», risponde lei. La consegna è semplice: portare agli ospiti il gelato e la frutta, e chiedere per quale motivo sono venuti in Ungheria. Da cosa nascerà cosa, come si dice in questi casi. Va avanti un po’, poi si accorge di essere seguita, capisce che la faccenda è diventata pericolosa, ha paura che l’ammazzino. Decide di cambiare aria. Il nome in codice, Coccinella, Katicabogár in ungherese, Gomez lo mette già nella domanda, e lei non lo smentisce. Ma non è un’invenzione di Gomez: Giorgio Dell’Arti, su Cinquantamila, cita una vecchia intervista di Alessandro Gilioli in cui lei dice di essere stata «già» a diciotto anni l’agente Katicabogar, spia e comfort girl di uomini d’affari arabi e politici americani. Il mestiere, nel suo racconto, è andare in camera, far parlare, e all’occorrenza fotografare le carte nelle borse.
Il giallo del calendario
Il problema delle molte memorie è che non sempre concordano perfettamente sulle date. Per noi che siamo pignoli è importante. Il calendario, tra le varie versioni, discorda. L’Intercontinental apre il 31 dicembre 1969. Ilona ha compiuto diciotto anni un mese prima.

In quel palazzo, quindi, una cameriera sedicenne non può esserci stata. Eppure il Corriere della Sera, nel 2023, scrive che a sedici anni lavora come cameriera all’«Hotel Danube Continental», e aggiunge tra parentesi, con onestà, che di quel periodo da spia non esistono riscontri. Si poteva almeno provare a fare di conto. Le età, in effetti, non combaciano mai. Gilioli dice diciotto, Gomez venti. La televisione ungherese, nel 1999, secondo l’Irish Times riporta almeno due o tre anni di spionaggio, iniziati a diciannove. E nell’autobiografia Per amore e per forza, uscita da Mondadori nel 2007, i sedici e i diciassette anni sono quelli di un negozio di vestiti usati: solo dopo viene il caffè dell’Hotel Intercontinental. Verrebbe da pensare, o almeno questa è la nostra interpretazione, che il Corriere abbia schiacciato in una frase due lavori diversi. Restano le durate. Se a diciannove anni è in quell’albergo, e il matrimonio che la porta in Italia è del 1970 o del 1971, i «due o tre anni» non ci stanno. Ci sta un anno, al massimo. Sono minuzie da contabili, siamo d’accordo, ma è meglio riportarle.
La via d’uscita
Anche sul matrimonio le fonti si contraddicono. Per il Corriere nel 1970 Ilona sposa «un ricco rappresentante calabrese». Per The Times, nel 2025, era in Italia già nel 1971 grazie a un breve matrimonio con un agente di viaggi italiano. Wikipedia inglese mette nozze e divorzio nel 1971-72, con un cognome che cambia da un punto all’altro della stessa voce. Il ricco italiano, poi, tanto ricco non sembra: a 7, intervistata da Elvira Serra, ha raccontato che a Milano mangiavano pastasciutta tutti i giorni perché la carne non se la potevano permettere. Era comunque italiano, e il fatto certo è che un matrimonio non troppo sentito la porta via dall’aria pericolosa dell’Intercontinental e verso il molto più promettente Occidente. Su un punto, infatti, le cose sono chiarissime. L’articolo 10 della legge 555 del 1912, in vigore fino al 1983, dava alla donna straniera che sposava un cittadino italiano la cittadinanza. Non un visto: la cittadinanza, automatica. In quel matrimonio, quale che fosse la data, c’era la via d’uscita dal mondo asfittico oltre la cortina.
L’Intercontinental al centro di tutto
Quanto sia durato il debutto di Cicciolina in quel palazzo, non lo sappiamo: mesi, forse un anno. Che a sedici anni servisse ai tavoli può essere vero in un altro caffè di Budapest, non lì. Lei la scena l’ha raccontata dal 1999 in poi, sempre uguale nel cuore, con età e durate che scivolano.
Non è davvero importante. È importante il percorso, è importante che l’albergo, invece, sia ancora lì. Un albergo che dopo il 1989, quando finalmente ho potuto visitarlo anche io, aveva cambiato insegna, aveva fatto i lavori. Dietro le tramezze, dopo il 1989, non c’erano più le telecamere. Non c’era più nemmeno Cicciolina. Lei stava nella cassette, che nel frattempo avevano riempito le nostre case. Ma, oggettivamente, non era più la stessa cosa.
Antonio Pintér – Boomerissimo.it


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