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Processi di Praga 1952

Praga 1952, l’ultimo spettacolo di Stalin: il processo Slánský

Praga, 1952: quattordici imputati, undici ebrei, undici forche. Il processo Slánský, l’ultimo grande spettacolo di Stalin. Yves Montand lo racconterà in un film quasi vent’anni dopo. Ma la storia vera non finisce così.

Quando nei primi anni ‘80 accompagnavo mio padre nei suoi viaggi in Ungheria, entrambi avevamo la distinta sensazione che un pezzo di mondo, che poi era il nostro mondo, si fosse inabissato per sempre. È difficile spiegare a chi non l’ha vissuto il senso di eternità, di inevitabilità, che la dittatura comunista aveva per chi la viveva, o per chi osservava i suoi conoscenti e amici al di là del filo spinato.

Processi di Praga 1952
Yves Montand, nel film “La Confessione” di Costa-Gavras
– Boomerissimo.it®

Dopo qualche decennio, era sempre una vita misera, ma perlopiù vivibile, lontana dal terrore e dall’orrore che avevano indotto mio padre a saltare (letteralmente) un fosso, e fuggire da lì, portando con sé quello che aveva addosso. Un orologino, che conservo in cassaforte, un bel paio di scarpe, piuttosto difficili, credo, da procurarsi negli anni ‘50 ungheresi, e che comunque sopravvissero alquanto male alla nuotata verso la libertà austriaca. Nella nostra libertà occidentale, quella in cui io ero nato, eravamo comunque gente che sapeva di portarsi dietro un mondo che pochi potevano capire, o persino immaginare. Mio padre aveva scoperto che il silenzio era la forma di comunicazione migliore, quella che evitava le ferite più dolorose. Non volevi scontrarti con chi era del tutto ignaro dell’orrore del sistema, o spesso l’approvava (rido sempre quando leggo la storia del comunismo italiano, e del suo condottiero “occidentalista”, Enrico Berlinguer, che nelle fantasie eroiche e nelle ricostruzioni di cinquant’anni dopo avrebbe determinato una profonda frattura di coscienze che, nella realtà, chi l’ha vissuto lo sa, non è mai esistita). La frattura c’era, ma non era niente più che una leggera increspatura tra classi dirigenti. Una cosa che nei rapporti tra elite comuniste ha spesso determinato la morte, ma che nella realtà delle cose non ha mai cambiato nulla, se non chi stava dalla parte giusta del plotone d’esecuzione. Berlinguer aveva la fortuna di stare qui.

Attentato a Enrico Berlinguer
Enrico Berlinguer, fu attentato? – Boomerissimo.it

Eravamo soli, noi che venivamo da là. E il rapporto con i comunisti era forse il peso minore. Loro almeno avevano la chiarezza di essere dall’altra parte. Come spesso avviene, a demoralizzarti di più, per la loro profonda ignoranza, per la grossolanità, talvolta per la scarsa chiarezza morale, erano gli “amici”. Il silenzio veniva più da questo che dai contrasti con i nemici. Eri in un mondo che avevi scelto, ma non per questo meno alieno, ed è qui che nasce la meraviglia per un momento, uno dei pochi, in cui si è capito che qualcuno, almeno qualcuno, e in questo caso un manipolo di cinematografari di estrema sinistra, aveva capito. Era il 1970, io l’avrei scoperto in TV qualche anno dopo, ma non molti. La mia educazione sentimentale di bambino è stata fatta di immersioni piuttosto precoci. Molte hanno continuato a girarmi in testa per anni, una mi è rimasta negli occhi.

La Confessione

Yves Montand è in cella. Magro, gli occhi vuoti, cammina avanti e indietro per ore. Non dorme. Il film rende benissimo la spirale quasi assurda dell’inchiesta staliniana. Una spirale nella quale il condannato non avanzava per il terrore e per la tortura, o quantomeno non solo, ma in buona parte spinto dalla sua stessa energia ideologica, dal ricatto morale, da una forma di plagio che vedeva l’inquisito come parte cooperante, più che come torturato. Non è il mondo delle torture fasciste e naziste, è una violenza completamente diversa, molto più raffinata. Non è facile renderla in un film, non è facile mostrare le camere della tonnara che si stringono sempre di più. A questo Yves Montand distrutto viene promesso che se confessa tornerà a casa. Confessa. Poi confesserà di nuovo. Alla fine chiederà lui stesso la pena più dura. È un film tragico, che forse non molti hanno visto. L’unico che mi abbia mai fatto sentire che qualcuno aveva compreso qualcosa.

Processi di Praga 1952
Rudolf Slánský, ex segretario del Partito Cecoslovacco – Boomerissimo.it®

Il film si chiama L’Aveu, la Confessione ed è di Costa-Gavras, regista greco, figlio di un perseguitato comunista, lui stesso di sinistra. Costa-Gavras gira in Francia. Jorge Semprún scrive la sceneggiatura. Simone Signoret interpreta la moglie. Per interpretare la parte del protagonista viene scelto Yves Montand, cantante adorabile e lui stesso attivista della sinistra più ideologica ed estrema. Montand entra nella parte, capisce, si smagrisce e non solo per esigenze attoriali, o almeno così mi piace pensare. Alla fine, dopo un lungo periodo passato quasi senza toccare cibo, perde più di dieci chili per il ruolo. Nel cinema politico di quegli anni, La Confessione è un fenomeno strano. Un film di denuncia della brutalità del potere, ma questa volta del potere comunista. Non è un salto facile, per il pubblico “impegnato”. Nelle sale il pubblico resta zitto. Siamo a poco più di un anno dal maggio francese e dall’invasione di Praga. La sinistra intellettuale comanda. Eppure proprio da lì esce una denuncia secca dello stalinismo. Molto più francese che italiana, per dire la verità. In Italia il Partito condanna l’invasione della Cecoslovacchia, e per questo si trova ai ferri corti con Mosca. Ma è meglio non dirlo troppo in giro, e non parlarne troppo con i comunisti. In questo, la Francia, pur con tutti i suoi cicisbeismi, è un po’ diversa, perlomeno in quella stagione di violenta trasformazione. Nel film, Yves Montand interpreta la parte di Artur London, uno degli imputati dei processi del 1952. Una purga che raderà al suolo il partito cecoslovacco, mettendo quello che ne resta agli stretti ordini di Stalin (lo era anche prima, ma in questi casi le sfumature sono importanti, e mortali). Ma nel film Montand ha un nome di fantasia, Anton Ludvik, non quello dell’autore del libro da cui viene tratto il film, ormai esule a Parigi. Può sembrare una sfumatura, ma è molto indicativa della complessa vicenda dei processi di Praga. Difficile conoscere le cautele legali ed editoriali che hanno portato a questa scelta. Ma il dramma che viene raccontato è quello vero, anche se il film lascia da parte la sua faccia più controversa. Una parte che sembra fatta apposta per un articolo di Boomerissimo.it.

Processi di Praga 1952
Artur London nel processo del 1952 -Boomerissimo.it®

Il protagonista della storia esiste, e si chiama Artur London. Nato a Ostrava nel 1915, famiglia di ebrei socialisti, aderisce alle Jeunesses communistes a quattordici anni. Nel 1937 parte per la Spagna con le Brigate Internazionali. Combatterà, già dalla parte di Stalin, in una storia che abbiamo raccontato qui, ricostruendo il ruolo controverso, e piuttosto misterioso di Togliatti. Sconfitto in Spagna, Artur London passa come altri compagni in Francia, entra nella Resistenza. Verrà arrestato dai tedeschi e spedito a Mauthausen. Sopravvive. Torna a Praga dopo la guerra. Nel 1949 è già vice ministro degli Esteri. Quel che si dice una vita pericolosa, e un curriculum impeccabile per il partito. Non abbastanza, però. Nel gennaio 1951 Artur London viene arrestato per le strade di Praga. Non è un caso isolato. Gli arresti erano cominciati da tempo. Eugen Löbl, vice ministro del Commercio estero, viene preso nell’autunno 1949. Otto Šling, segretario di Brno, nell’ottobre 1950. Vladimír Clementis, ministro degli Esteri, e London a gennaio 1951. Karel Šváb, vice ministro della Sicurezza, a febbraio. L’11 novembre 1951 Anastas Mikojan, l’inviato di Stalin,  arriva in segreto a Praga con un messaggio: Rudolf Slánský. il segretario generale del Partito, la vera prima carica dello stato, va arrestato. Clement Gottwald, il presidente della repubblica, esita. Mikojan si alza, telefona a Mosca, ripete l’ordine. Gottwald cede. Nella notte del 24 novembre, all’una, Slánský viene preso mentre torna a casa da una cena con il premier Zápotocký.

Il processo

Il processo comincia il 20 novembre 1952 nella sala del Senato del Tribunale di Stato e dura soltanto otto giorni. Quattordici imputati. Slánský, fino a pochi mesi prima leader intoccabile, è il primo della lista. Con lui, tra gli altri, Clementis, London, Löbl. Non è solo un cambio della guardia generazionale e politico (che nel mondo comunista avviene spesso così), è anche una pulizia “etnica”, nel momento in cui la paranoia di Stalin comincia a diventare sempre più apertamente antisemita. Gli arrestati sono tutti ebrei, tranne Josef Frank, vice segretario generale — Clementis e Šváb. Il conto finale è impietoso: undici condanne a morte. A salvarsi sono solo tre: London, Löbl e Vavro Hajdů, che se la cavano con l’ergastolo.

Togliatti Spagna 1936
Stalin e Togliatti – Boomerissimo.it

Le confessioni sono, ovviamente, già scritte. Gli imputati le ripetono a memoria, tanto che qualcuno anticipa la risposta quando il pubblico ministero Josef Urválek salta una domanda per errore. Dietro, il copione consueto della purga di scuola bolscevica: isolamento totale, settimane senza dormire, percosse, promesse false, minacce alla famiglia, e soprattutto, la capacità di trasmettere all’accusato la consapevolezza della sua “colpevolezza” o perlomeno la necessità della sua condanna per il supremo interesse dell’Idea. Alla fine l’uomo spezzato firma e in aula chiede lui stesso la pena più severa, perché così vuole il partito.

Le sentenze

Il 27 novembre arrivano le sentenze. Il 3 dicembre, a Pankrác, le forche lavorano in fretta. I corpi vengono cremati, le ceneri sparse di notte su una strada gelata fuori Praga, mescolate alla sabbia sotto le ruote dei camion. Gli eliminati non sono nemici, nel senso che comunemente si intende. Erano i dirigenti del partito. Molti avevano combattuto in Spagna, molti avevano resistito ai nazisti. Ma erano uomini di un’altra stagione, di cui il Partito non si fidava più. Sono ebrei, che col sionismo non hanno nulla a che fare, ma che vengono attaccati con questa nuova parola in codice. Vengono dalla storia del blocco comunista. Solo quattro anni prima l’Unione Sovietica aveva sostenuto la nascita di Israele, aveva permesso, o forse invitato la Cecoslovacchia a fornire armi e aerei  che permetteranno di sopravvivere al primo attacco arabo, e vincere la Guerra di Indipendenza. Mentre USA e Gran Bretagna tengono Israele sotto embargo e non sembrano preoccupati della sua distruzione da parte delle armate di sette stati arabi coalizzati, quello cecoslovacco resta uno dei pochi canali aperti per il nuovo Stato ebraico, che lotta per la sua esistenza. Ora gli stessi funzionari che avevano realizzato la politica di Stalin vengono processati come agenti del sionismo. Quella politica è cambiata. L’Urss cerca spazio accanto al nazionalismo arabo. Stalin non si è mai fidato degli ebrei. Tutto questo entra nella paranoia claustrofobica e ossessiva dei processi di Praga, e per una volta arriva oltre il ferro di una cortina, impenetrabile soprattutto mentalmente.

Artur London, una storia poco chiara

Tutto questo nel film c’è. Il suo relativo successo crea la leggenda del sopravvissuto-martire. Ma la storia di London, dopo l’ergastolo, non è così lineare, ammesso che qualcosa di lineare esista, in un sistema costruito sull’ossessione, la paranoia, il terrore. London, e non è certo un caso isolato, collaborò con gli inquirenti anche dopo il processo, facendo da testimone d’accusa in altri procedimenti politici cecoslovacchi. È una vittima e un testimone d’accusa. Un perseguitato e, purtroppo, un collaborazionista. Il caso più documentato è quello di Osvald Závodský, ex capo della Sicurezza di Stato, compagno di London fin dai tempi della Spagna e della Resistenza francese. Fu proprio Závodský, arrestato, ad accusare London durante l’istruttoria — un’accusa che forse contribuisce a spiegare perché London ricevette l’ergastolo e non la forca. Ma nulla è mai semplice nel mondo di specchi della persecuzione. Un anno dopo i ruoli si invertirono: quando arrivò il turno del processo di Závodský, a fine 1953, fu London a non risparmiarlo. Závodský venne condannato il 23 dicembre 1953 e impiccato il 19 marzo 1954: più di un anno dopo la morte di Stalin, quando altrove le epurazioni si erano già fermate. London uscì di prigione nel 1955, durante il disgelo seguito alla morte di Stalin. La riabilitazione vera e propria arrivò solo nel 1963, e con essa il trasferimento in Francia, dove raggiunse la moglie Lise. Insieme scrissero L’Aveu, pubblicato nel 1968. Costa-Gavras lo lesse mentre montava Z, l’Orgia del Potere e decise di farne un altro film, speculare al suo atto d’accusa antifascista. Una scelta coraggiosa. Montand accettò la parte di un uomo che porta un altro nome.

Il processo Slansky, il coraggio di Costa-Gavras – Boomerissimo.it®

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Stalin era morto da diciassette anni quando il film arrivò nelle sale e il processo di Praga resta il suo ultimo grande spettacolo pubblico. Ma la storia dietro lo schermo non finisce con l’ultimo fotogramma, continua un anno dopo, su un’altra forca, con un altro nome che nessun film ha mai ripreso. È continuato per decenni anche nel mondo libero, un mondo dove molti hanno scelto, liberamente, di non essere liberi. Come del resto aveva fatto Artur London.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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