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Kabir Bedi spogliato
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Kabir Bedi: il Sandokan che l’Italia spogliava per strada

Kabir Bedi non era pronto alla follia che Sandokan scatenò in l’Italia nel 1976. Ma dietro il personaggio Sandokan c’è un uomo dalla vita complicata, a volte tragica.

Roma, 1976. Un uomo alto, capelli lunghi e scuri che gli ricadono sulle spalle, prova a camminare per strada come se niente fosse. Non ci riesce. Qualcuno lo riconosce. Poi un altro. E un altro ancora. «Sandokan!»

Kabir Bedi spogliato
Kabir Bedi in Italia – Boomerissimo.it®

All’improvviso è circondato. Non da due o tre fan, ma da una folla che sembra spuntata dal marciapiede. Mani dappertutto. Abbracci che non chiedono il permesso. E poi le mani che tirano. La camicia si tende, i bottoni saltano, il tessuto cede con un rumore secco. «Volevano un pezzo di me», racconterà Kabir Bedi tanti anni dopo, con quella voce calma e leggermente ironica che avrà sempre. «Per strada mi toglievano la camicia di dosso e mi abbracciavano». Non era una figura retorica. Gli strappavano davvero i vestiti.

Sandokan

Alzi la mano chi, nel mio range di età, quello che a fine anni ‘70 aveva già l’eta per guardare la televisione la sera, non se n’è andato a letto ancora turbato, e non ha conservato negli occhi la scena della tigre aperta in due da Sandokan, con un’acrobazia da alta scuola di Hollywood (tempi in cui le fiction italiane non erano ancora una cosa deprimente di cassiere, poliziotte e pretini).

Sandokan Kabir Bedi
Sandokan l’originale – Boomerissimo.it®

Quell’uomo che balzava col pugnale si chiamava Kabir Bedi. E anche questo lo sapevamo. Aveva trent’anni, veniva dall’India e, fino a poche settimane prima, era un attore indiano tra i tanti. Bello, carismatico, con qualche film di Bollywood alle spalle e un passato da modello. Poi era arrivato in Italia per girare uno sceneggiato tratto da Emilio Salgari. E l’Italia, quella sera, si fermò. Sandokan. Sei puntate. Regia di Sergio Sollima. Uscì su RaiUno a partire dal 6 gennaio 1976. In tempi di monopolio non poteva che essere un evento, ma questo battè ogni aspettativa, per quanto avventurosa. Ventisette milioni di spettatori. Non so se è chiaro il fenomeno di un paese in cui oltre la metà degli abitanti ogni settimana accende la TV per entrare nel mondo magico della tigre della Malesia. Per i nostri fratellini più giovani, qualche anno dopo, Goldrake o Atlas Ufo Robot, avrebbero rappresentato un fenomeno simile. Ma in principio fu lui, quel pirata malese con i capelli lunghi e lo sguardo da predatore, a diventare l’idolo assoluto di una generazione intera. Una specie di Beetles in formato TV. I bambini, cioè noi, volevano essere come lui. I costumi da Sandokan si vendevano come le frittelle calde. Le ragazzine si innamoravano. Cosa ancora più notevole, i genitori si ritrovavano incollati alla TV insieme ai figli. Quando lo sceneggiato finì, Kabir Bedi scoprì che non poteva più uscire di casa. Non se voleva tenersi addosso qualche brandello di camicia.

La mamma del pirata

Kabir Bedi era un fenomeno eccezionale sullo schermo. Ma anche la sua famiglia non è che fosse proprio ordinaria. Sua madre, Freda, era una donna di Derby, England — Oxford, occhi azzurri, corporatura imponente — che aveva seguito in India il marito sikh, era finita in prigione come attivista gandhiana durante il movimento per l’indipendenza, e alla fine aveva trovato la sua strada nel Buddhismo tibetano.

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Una vita salgariana anche in certi dettagli che sembrano usciti da una sceneggiatura: nel 1966, a cinquantacinque anni, si era fatta radere la testa e aveva preso i voti, diventando la prima donna occidentale della storia ordinata monaca buddista tibetana. Lo fece da sola, senza dire niente ai figli, che capirono tutto solo dalla nuova acconciatura. A quel punto Kabir aveva più di vent’anni. Per alcuni, anche a quell’età, può essere un trauma scoprire qualche lato imprevisto della madre (io scoprii a un certo punto che mia madre non aveva mai assaggiato il gorgonzola, e non beveva acqua, solo vino – anche se poco). Per Kabir lo shock fu maggiore : «Il senso di tradimento fu enorme», ha raccontato. Freda — che i profughi tibetani chiamavano affettuosamente Mummy-la — morì nel 1977, un anno dopo il trionfo di Sandokan, senza vedere fino in fondo la fama del figlio. Lei nel frattempo era diventata un’autorità della diaspora tibetana: una vita che meriterebbe un film (e sicuramente un articolo di Boomerissimo: stay tuned).

Matrimonio aperto

Kabir, bel tenebroso di Bollywood, non era uomo indifferente al fascino femminile. Ma era anche un uomo di buone maniere, e notevolmente moderno, diciamo cavalleresco.  Nel 1968 sposò Protima Gupta, modella, bellissima e libera nei costumi, un matrimonio aperto, pieno di luci, porte e finestre spalancate, correnti. Una cosa da anni ‘60 californiani, più ancora che indiani. Kabir aveva una relazione parallela con Parveen Babi, attrice bollywoodiana celebre e bellissima. Protima non era da meno: il suo carnet di ballo corrispondeva più o meno all’elenco telefonico del jet set indiano degli anni Settanta.

Kabir Bedi spogliato
Con Parveen e Protima – Boomerissimo.it®

Nel 1974, l’anno prima che il marito diventasse pirata, mollò un memorabile schiaffo alla morale pubblica. Protima corse nuda sulla spiaggia di Juhu a Bombay per il lancio del magazine Cineblitz. In pieno giorno. Le foto finirono in copertina. Lo scandalo fu enorme, le polemiche durarono anni. Lei non si scusò mai con nessuno. Lo stesso anno divorziò da Kabir e qui la storia cessa di essere divertente. Uno dei due figli finì suicida in California, forse a causa della sofferenza da schizofrenia. Il mondo di Protima crollò. Abbandonò la moda, cambiò nome in Protima Gauri, si diede alla danza indiana antica. Andò a vivere nell’Himalaya, aveva deciso di abbandonarsi al richiamo delle montagne. E da loro fu inghiottita il 18 agosto 1998. Una frana la travolse insieme a sessanta pellegrini in marcia verso il Tibet. I suoi resti non furono mai ritrovati.

Da Bollywood a Hollywood

Sandokan ebbe molti seguiti, nessuno ebbe il successo del primo (né sarebbe stato possibile) e nel 1983 Kabir sbarcò finalmente a Hollywood, con Octopussy, uno degli ultimi pezzi della saga di James Bond con Roger Moore. Bedi era Gobinda, la guardia del corpo silenziosa e letale sikh di Kamal Khan. Era di nuovo Sandokan, e anche questo contribuì allo speciale successo italiano del film. Sandokan era tornato, e adesso sfidava 007.

Kabir Bedi spogliato
Octopussy, nei panni di di Gobinda – Boomerissimo.it®

Nel frattempo, l’Italia si era popolata di piccoli Sandokan. Le statistiche registrano un’impennata di questo nome, decisamente alieno dalla tradizione italiana all’anagrafe. Una sandokanmania a cui contribuì una colonna sonora che non si poteva non canticchiare, firmata dal collaudato duo Guido e Maurizio De Angelis. Sandokan non è stata solo una serie, è stato un fenomeno che ha inciso profondamente nel costume. Qualcosa di unico e irripetibile, che nemmeno il pasticciato sequel con Can Yaman riuscirà probabilmente a oscurare e rovinare. Kabir Bedi nel 2026 era lì a Sanremo a presentare la nuova versione, o forse a ricordare che di Sandokan ce n’è stato uno solo.

Nonostante il successo, i soldi, le donne, insomma il sogno di ogni Fantozzi, la sua non è stata una vita facile. Sposato altre volte dopo il divorzio (quando si dice la costanza), ha dovuto affrontare relazioni non solo complicate, ma anche tragiche. Parveen Babi, la donna dei tempi del matrimonio aperto con Protima, crollò anche lei per motivi nervosi. Morì sola senza che il pubblico avesse mai saputo della sua sofferenza. Oggi Kabir sembra aver trovato la pace al fianco della quarta (e per ora ultima) moglie: Parveen Dusanj, produttrice britannica che ha trent’anni meno di lui. Nemmeno troppi, considerato quello che si vede in giro. Si sono sposati nel 2016. «Mi dà ordine nell’esistenza e mi tiene con i piedi per terra», ha detto di lei Kabir. A quasi ottant’anni era anche ora di smetterla di dare la caccia alle tigri.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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