In un paese dove le chiacchiere corrono più veloci del vento, quel delitto ha lasciato tutti senza fiato
Ho sempre avuto con la scuola un rapporto complicato. Dire che non mi è mai piaciuta non rende l’idea, non abbastanza. Sin dai primissimi giorni della prima elementare mi è venuto chiaro che ci saremmo affrontate all’ultimo sangue. Ero una bambina che mia madre definiva “vergognosa”, aggettivo che mi ha sempre fatto infuriare di rabbia.

Sono un’introversa, forse autistica e le dinamiche con insegnanti e compagni sono sempre state fonte per me di stress fuori misura. Ai tempi in cui ho frequentato la scuola non c’era posto per la comprensione del diverso, mentre il bullismo sì. Quello c’è sempre stato, anche in una scuola delle suore in gran parte femminile. Non c’è una sola maestra che io ricordi con affetto. Tutto, nel contesto scolastico, era per me fonte di enorme disagio. La cosa non è andata meglio alle medie. Ho rimosso i nomi di tutti, insegnanti e compagni. Non era studiare il mio problema, tutt’altro. Sempre ottimi voti, ma mi sentivo costantemente fuori luogo. Alle superiori non andò meglio, non subito. Iscritta ad una scuola commerciale, per garantirmi un ingresso rapido nel mondo del lavoro, finì per capire prestissimo che non faceva per me. Matematica, calcoli, procedure, non trovavano la via per entrarmi in testa. Al termine del secondo anno, nella consapevolezza e terrore di affrontare altri tre anni di cose per me astruse, decisi di fare il grande passo, cambiare scuola. Mi presentai al magistrale e a settembre diedi gli esami di tutte le materie che mi mancavano. Da luglio a settembre, studiai due anni di latino, arte, la parte matematica che mi mancava e non ricordo più che altro. Un enorme grazie a mia zia che in una estate mi insegnò il latino e a mia sorella che con enorme pazienza mi ficcò in testa la matematica mancante. Arrivai in classe con la fama di geniaccio ed ebbi modo di conoscere due professori dall’erudizione eccelsa, dall’approccio amorevole. Gli unici di cui ricordo i nomi. Quell’istituto magistrale, qualche anno dopo, fu segnato da un omicidio, tanto efferato, quanto insensato.
Nadia Roccia
Castelluccio dei Sauri è un paese in provincia di Foggia. Poco più di duemila anime e una di quelle strade principali dove tutti sanno tutto di tutti. Il tipo di posto in cui una voce gira velocissima, soprattutto in tempi che non avevano ancora conosciuto WhatsApp. Le chiacchiere, in certi posti, sono più solide della roccia.

Tre ragazze di diciotto anni. Anna Maria Botticelli, Maria Filomena Sica, detta Mariena e Nadia Roccia. Amiche sin dall’infanzia, frequentavano insieme l’Istituto Magistrale Poerio di Foggia, quei lunghi viaggi per andare e tornare da scuola avevano cementato la loro amicizia. Un sabato pomeriggio di primavera si erano date appuntamento nel garage di casa Botticelli. Dovevano studiare, dissero. La scusa più innocente del mondo. Nadia arrivò intorno alle cinque del pomeriggio. Non erano ancora le sette quando le sue amiche le tolsero la vita. Strangolandola.
Non è come nei film. Nei film qualcuno stringe, la vittima cade, fine. Nella realtà, e lo sappiamo dai verbali, dalle confessioni, da quello che le due ragazze raccontarono con una freddezza che lasciò i carabinieri senza parole, è una cosa lunga, faticosa, brutale. Mariena Sica aggredì Nadia da dietro con una sciarpa, mentre Anna Maria Botticelli la immobilizzava. Nadia oppose resistenza. Urlò: «Vi denuncio, vi rovino». La sciarpa si allentò. Botticelli, furibonda, prese a calci e pugni l’amica. Ricominciarono. Questa volta con le mani nude. Fino all’ultimo respiro. Poi Anna Maria avvicinò uno specchio al naso di Nadia. Non respirava più. Niente panico, niente fuga. Lo specchio. Quello che rende questo caso diverso dagli altri non è la brutalità. La brutalità è ingrediente comune nella cronaca nera. È il prima. Quell’omicidio non nacque in un momento di rabbia. Fu pianificato. Diversi giorni prima del delitto, al centro commerciale, le due avevano tentato di far bere a Nadia una Coca-Cola con del topicida dentro. Nadia rifiutò la bibita, per caso, per capriccio, per fortuna, e se ne andò, quella volta incolume. In un’altra occasione le avevano raccontato di essersi indebitate con dei malavitosi e le avevano suggerito di prostituirsi per aiutarle. Quando Nadia propose di parlarne con i genitori, ridacchiarono: era uno scherzo, dissero. Anna Maria Botticelli cominciò a spargere la voce in paese che Nadia fosse innamorata di lei. Poi, con la scusa di voler far analizzare la calligrafia a un fantomatico amico grafologo, le fece firmare un foglio bianco. Quella firma finì sulla lettera d’addio. Una lettera battuta a macchina in cui Nadia confessava di essere lesbica, innamorata di Anna Maria, e incapace di sopportare le chiacchiere del paese. E in cui, piccolo dettaglio grottesco, disponeva che i suoi risparmi venissero distribuiti alle amiche. Legarono una corda al collo del cadavere, ma lo lasciarono a terra, non lo appesero e corsero a casa Roccia. Raccontarono alla madre di Nadia che la figlia aveva avuto un malore, che erano andate a comprarle qualcosa da mangiare e che, al ritorno, avevano trovato la porta chiusa. La famiglia Roccia, tra cui la madre, il fratello Carmine, si precipitò in quel garage. Forzarono la porta. Trovarono Nadia sul pavimento, senza vita, con quella corda ridicola e inutile intorno al collo.
Le indagini
Apparve subito chiaro che non si trattava di suicidio. Un’impiccagione con il corpo a terra suscita dei ragionevoli dubbi. La lettera era battuta a macchina. Il tono era fin troppo composto per una diciottenne nei suoi ultimi momenti di vita. L’autopsia confermò la morte per strangolamento.

Gli inquirenti si mossero verso le ultime persone che avevano visto Nadia viva. Nelle stanze di Anna Maria e Mariena trovarono oggetti esoterici, candele, simboli. Dalle intercettazioni emergevano frasi come «Lucifero è bello, Lucifero è nelle mie mutandine». Sembrava tutto molto gotico, molto anni Novanta, molto da telefilm satanico. Era tutto falso. Un depistaggio costruito dalle due ragazze stesse, nella speranza che gli inquirenti si perdessero in qualche pista occulta. Ma le intercettazioni ambientali in procura registrarono anche i loro dialoghi. Troppo. Troppo di più. Al secondo interrogatorio, confessarono. Poi accettarono di ricostruire il delitto sulla scena del crimine per l’incidente probatorio. Lo fecero passo per passo, nei minimi particolari, con una calma disarmante. In alcuni momenti risero. Restava da spiegare il movente. La versione ufficiale fu: Nadia aveva uno zio negli Stati Uniti che si era detto disponibile ad aiutare le tre ragazze a trasferirsi in America dopo il diploma. Un sogno, anzi una chimera a cui le due si erano aggrappate con ferocia. A un certo punto lo zio ritirò l’offerta, o fu Nadia stessa a farlo saltare. Le versioni non concordano. Per Anna Maria e Mariena, questo bastò. Nadia era diventata un ostacolo. Un problema da eliminare. Come se ci fosse una logica in tutto questo. Ma c’è di più, e di più oscuro. Anna Maria Botticelli disse agli inquirenti di aver visto in sogno il defunto padre di Mariena, che le aveva ordinato di uccidere Nadia come sacrificio per garantirsi il futuro. Il PM in appello ipotizzò anche che tra le due assassine esistesse un legame sentimentale e che Nadia fosse percepita come un ostacolo a quel rapporto. Non fu mai dimostrato. Il movente, a distanza di quasi trent’anni, è rimasto ufficialmente ignoto. È una di quelle storie in cui la risposta alla domanda “perché” non arriva mai.
Il processo e quello che rimase
In primo grado le due ragazze ebbero l’ergastolo. In appello riuscirono a farsi ridurre la pena a 25 anni. La Cassazione però annullò quella riduzione (senza rimandare il processo a un nuovo appello). A quel punto, invece di rischiare un nuovo processo, le due accettarono un patteggiamento che fissò la pena definitiva a 21 anni.

La madre di Nadia e la sorella urlarono «Giustizia è fatta!» il giorno della prima condanna. Poi videro la pena ridursi, poi ridursi ancora. Nel 2004 dichiararono pubblicamente di non credere più nella giustizia italiana. La madre è morta negli anni successivi. Anche la sorella. Il fratello Carmine ha mantenuto il silenzio. Anna Maria Botticelli fu scarcerata nel 2004, per l’aggravarsi di una sclerosi multipla di cui soffriva fin da bambina. Mariena Sica uscì nel 2013 per buona condotta. Entrambe vivono oggi sotto nuova identità, una in Toscana e l’altra in Veneto. L’avvocato di una delle due era stato mio compagno di scuola.
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Nadia Roccia aveva diciotto anni e un futuro che la aspettava. Le fu rubato in un sabato di marzo che avrebbe dovuto essere come tutti gli altri, in un garage, dalle sue amiche.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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