Un giorno di ottobre del 1980 la Regina Elisabetta sfiorò senza saperlo i veri regnanti di Palermo
I cultori di cinema e/o appassionati lettori riconosceranno le parole di Tancredi: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Il mondo può anche cambiare, apparentemente, ma le dinamiche di fondo rimangono sempre le stesse. Del resto, chi vuole mantenere il potere, in un mondo che si evolve, non fa altro che indossare un altro abito, saltare sul carro del nuovo vincitore. Le organizzazioni, a vario titolo costituite, lo fanno da sempre.
Una Regina a Palermo
Nell’ottobre del 1980 il porto di Palermo vide attraccare lo yacht reale Britannia. A bordo c’erano Elisabetta II e il principe Filippo. Non una visita di Stato, quella c’era già stata. Era una visita privata, quasi di famiglia.

E’ una storia che parte lontano nel tempo. La regina Mary di Teck, moglie di re Giorgio V, era stata a Palermo negli anni ’20. Ne era rimasta affascinata. Aveva narrato ogni dettaglio alla nipotina Elisabetta: i mosaici, la luce, quei palazzi rococò che sembravano usciti da un sogno. Così, al termine di una visita istituzionale in Italia in cui aveva incontrato Presidente e Papa, la Regina decise di fare una deviazione e recarsi a Palermo. L’intento era di ripercorrere le tappe del viaggio della nonna. Un gesto di affetto, quasi per ritrovare non tanto le origini, scritte nero su bianco da secoli, ma per rivivere un legame con una persona che aveva amato.
Al porto ad accogliere la coppia reale c’erano le più alte cariche politiche ed ecclesiastiche, incluso l’allora presidente della Regione Siciliana Mario D’Acquisto. Da sempre uomo vicino a Salvo Lima, era il numero due della corrente andreottiana in Sicilia. Durante il suo mandato trovarono la morte il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il procuratore capo della Repubblica Gaetano Costa, il segretario regionale del PCI Pio La Torre, e il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, solo per fare i nomi più noti. Elisabetta, dopo il saluto istituzionale, continuò il suo programma di turista di lusso: il Duomo di Monreale, il Palazzo dei Normanni, la Cappella Palatina, e infine Palazzo Valguarnera-Gangi, dove i nonni della regina avevano già pranzato decenni prima. La città, si racconta, andò letteralmente in fibrillazione. Sul balcone del Palazzo dei Normanni fu apposto un tappeto rosso per coprire le gambe della sovrana mentre salutava la folla. Un dettaglio che i palermitani ancora raccontano con un sorriso.
Il pranzo del Gattopardo (quello vero)
Palazzo Valguarnera-Gangi, in piazza Croce dei Vespri, è uno di quei luoghi in cui la Storia entra dalla porta principale e non se ne va più. È lì che Luchino Visconti girò nel 1963 la scena indimenticata del ballo del Gattopardo, quella con Burt Lancaster e Claudia Cardinale. Non ci fu bisogno di scenografia, il palazzo era già perfetto così. Il lampadario centrale della sala ha 102 bracci in vetro di Murano, superato per grandezza solo da quello di Palazzo Alliata di Pietratagliata a Palermo e dall’Hermitage di San Pietroburgo. Roba che fa impallidire anche Versailles.
I principi Vincenzo e Stefanina Vanni Calvello accolsero la coppia reale curando tutto con estrema cura. I grandi tavoli rotondi furono apparecchiati solo a metà, in modo che nessuno desse le spalle ai sovrani. I centrotavola vedevano protagonisti limoni e tuberose dal profumo inebriante e le tovaglie erano ricamate con fili d’oro. Il menù era un esercizio di diplomazia gastronomica. A tavola con Elisabetta II vigevano regole precise: vietati aglio, cibi piccanti, spaghetti e salsa di pomodoro (lo schizzo è in agguato), ma anche i frutti di bosco (antipatici semini, intollerabili residui tra i denti). Escluse quindi molte pietanze tipiche. Arrivarono in tavola il timballo del Gattopardo, la ruota di pesce spada e, come dessert, il gelo di melone. Vini siciliani, Marsala DOC in evidenza, passione della Regina. La principessa Gloria Vanni Calvello ricordò che il principe Filippo era molto simpatico e cordiale, anche se ogni tanto si dimenticava di stare un passo indietro rispetto alla sovrana, e poi, appena se ne accorgeva, tornava al suo posto. La regina era perfetta, cortese ma non fredda, ma neanche eccessivamente espansiva. La coppia reale si congedò soddisfatta. Nessuno dei presenti sapeva (o forse sì?) cosa nascondeva quel surplus di aristocratica eleganza.
Il lato oscuro del palazzo: Di Carlo, il principe e Cosa Nostra
Palermo nel 1980 non era solo arte, aristocrazia e il Gattopardo, era anche altro. Una città in cui erano presenti guerre tra cosche, con Falcone e Borsellino che stavano ancora scavando alla ricerca delle prove del marcio. E Palazzo Gangi, con tutto il suo splendore barocco, era parte di quel sistema. Francesco Di Carlo aveva frequentato il liceo Gonzaga, il prestigioso istituto di Palermo gestito dai padri gesuiti. Lì era stato compagno di classe del principe Alessandro Vanni Calvello di San Vincenzo, figlio dei padroni di casa che avevano appena ricevuto la regina. I due erano non solo amici, ma anche testimoni di nozze reciproci e soci in affari.

Insieme gestivano il night club “Il Castello” a San Nicola l’Arena, frequentato dalla nobiltà e dall’alta borghesia siciliana, in cui si esibirono artisti come Gino Paoli e Peppino di Capri. Ray Charles e Amanda Lear completavano il cartellone. Di giorno, secondo le successive indagini, lo stesso luogo ospitava riunioni al vertice, senza pubblico. Di Carlo era, nella definizione degli inquirenti, un mafioso moderno: istruito, elegante, capace di muoversi tra salotti e traffici senza che le due cose sembrassero incompatibili. Negli anni ’70 era uno dei pochi a godere della fiducia di entrambi gli schieramenti interni a Cosa Nostra: amico di Stefano Bontate, che chiamava “il barone”, era anche legato ai Corleonesi, che nel 1976 lo fecero promuovere capofamiglia. La sua specialità era il narcotraffico internazionale. Di Carlo fu in seguito “posato”, cioè espulso da Cosa Nostra, con l’accusa di aver trattenuto un carico di droga. Non venne ucciso grazie ai servigi resi nel passato, ma dovette lasciare l’Italia e si trasferì a Londra, dove continuò a gestire traffici poco puliti. Nel 1985 le dogane inglesi e la polizia canadese lo arrestarono per un carico di eroina. Il processo all’Old Bailey si concluse con una condanna a venticinque anni. Ne scontò circa undici prima di decidere, nel 1996, di collaborare con la giustizia italiana. Per i pm divenne una fonte inesauribile di informazioni, fornendo dettagli sugli omicidi dei carabinieri Emanuele Basile e Giuseppe Russo, dei giudici Gaetano Costa e Pietro Scaglione, dei giornalisti Mauro De Mauro e Mario Francese, ma anche di Piersanti Mattarella. Parlò anche di Roberto Calvi, il banchiere trovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge a Londra nel 1982. Parlò di Andreotti, di Dell’Utri, di un incontro del 1974 tra un imprenditore milanese e Stefano Bontate. I pm lo definirono “il nuovo Buscetta”.

Il principe Alessandro, nonostante retaggio e palazzo, fu condannato a sei anni nel secondo Maxi Processo a Cosa Nostra, scaturito dalle rivelazioni di Totuccio Contorno al giudice Giovanni Falcone. Per due anni rimase latitante, poi si costituì. Era stato indicato come persona vicina al boss Francesco Di Carlo. La regina Elisabetta non seppe mai nulla di questi retroscena. Nel 1992 tornò in Sicilia e la sua visita ebbe un tono completamente diverso. Arrivò cinque giorni dopo la strage di Capaci. Il lungo corteo reale si fermò per quasi dieci minuti al quarto chilometro dell’autostrada. Elisabetta e Filippo si soffermarono in raccoglimento, poi il Principe Filippo chiese spiegazioni al prefetto. Risalirono in macchina senza rilasciare dichiarazioni. Di Carlo è morto nel 2020 in un ospedale di Parigi, per complicazioni da Covid-19. Da anni era uscito dal programma di protezione e viveva in Francia.
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Due visite, due Palermo. Quella del 1980 era ancora la città in cui l’aristocrazia e Cosa Nostra potevano sedersi allo stesso tavolo senza che nessuno, nemmeno una regina, se ne accorgesse. Quella del 1992 era la città che stava cominciando a fare i conti con sé stessa, sull’asfalto di un’autostrada.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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