Nel giro di pochi mesi l’Italia si spaccò tra Connery e Moore. Ma non vinse nessuno dei due. Storia del terzo incomodo che ha cambiato il nostro modo di ridere
C’è stato un tempo, incredibile a dirsi, in cui i film nuovi si vedevano al cinema. Alla TV arrivano, quando andava bene, in quarta visione. Per quanto alzarsi per fare la pipì fosse meno semplice e il frigo un po’ meno a portata di mano (la linea non ha guadagnato) la cosa aveva anche i suoi lati positivi: nelle sale cinematografiche sentivi il polso della situazione per davvero. I commenti del dopo film ti facevano capire come sarebbe andata, meglio di una recensione ponderosa. In quel 1984, accadde qualcosa di abbastanza folle: le sale vennero ingorgate da due James Bond che uscirono quasi contemporaneamente.

Un Bond a quei tempi era sempre l’evento dell’anno. Quell’anno ne vivemmo due insieme, una specie di 007 bibsestile. Da una parte Octopussy – Operazione Piovra con Roger Moore, produzione ufficiale Eon, il Bond che tutti si aspettavano. Dall’altra Mai dire mai con Sean Connery, una specie di folle salto all’indietro nel tempo: un Bond da puristi (e quello che le signore non hanno mai del tutto dimenticato), tornato a sorpresa dopo dodici anni. C’era di che farsi girare, che è esattamente quello che successe.
La guerra dei titani
Moore era il Bond degli anni ’80: elegante, ironico, l’originale personaggio di Fleming , un Bond forse un po’ agé a quel punto. Connery agé lo era invece di sicuro, ma era quello che aveva inventato il personaggio e molti avevano sempre rimpianto già a partire dal primo cambio terrorizzante quello con George Lazenby . Vederli due Bond così veri in sala nello stesso periodo dava la sensazione di avere le traveggole. Ma così era, e i Bond-miniaci ci si buttarono.

I giornali dell’epoca gonfiarono, ovviamente, la rivalità. Alla fine, in America, Moore vinse la sfida al botteghino. In Italia la partita rimase più equilibrata. Nessuno sapeva ancora che a lungo andare il vincente non sarebbe stato nessuno dei due.
Il terzo incomodo
Noi vecchi frequentatori di ippodromi abbiamo spesso fatto le spese (o raramente gioito, ma allora in modo indimenticabile) del mitico Dark Horse. Il cavallo oscuro che nessuno vede sull’ordine dei partenti, che non ha prestazioni, né pedigree, né una bacheca piena di coppe di gran premio. I favoriti risplendono al tondino, attirano le scommesse e i flash. Il Dark Horse più spesso di quanto ci si potrebbe aspettare, vince.

In questo caso, il cavallo malandrino aveva una faccia non troppo intelligente (avremmo scoperto in seguito che era frutto della sua vivissima intelligenza) e movenze impacciate. In Mai dire mai c’era infatti un personaggio minore, un console britannico alle Bahamas di nome Nigel Small-Fawcett. Aveva una scena sola, poche righe di copione. L’attore che lo interpretava aveva 28 anni, era un totale sconosciuto, e aveva accettato il ruolo con dodici ore di preavviso. E solo perché da bambino sognava di apparire in un film di 007. Quel Dark Horse praticamente perfetto si chiamava Rowan Atkinson. Nessuno si aspettava nulla: il film era quello di Connery, i riflettori erano su Connery, e quel console goffo era poco più di un elemento di colore. Eppure a rivedere quella scena si trova già tutto: la gestualità nervosa, il tempismo comico, l’aria di chi vorrebbe sparire e invece è sempre esattamente nel posto sbagliato nel momento sbagliato. È un Mr. Bean ancora verde, ma già perfettamente formato, anche se nessuno di noi lo sapeva ancora.
Boom
Bisognerà aspettare il 1990 per il debutto ufficiale della serie su ITV. Ma quel debutto, preparato da una scena, a dire il vero pochissimo preparata, fu subito boom. Su Canale 5, Italia 1, nei pomeriggi delle vacanze oppure il sabato mattina. Mr. Bean diventa subito un appuntamento fisso e lo rimarrà per almeno due generazioni. Dal punto di vista delle TV, la sua fortuna è che non ha nessun bisogno di essere tradotto: non parla, o quasi. La sua comicità sarà pure british ma fa ridere anche a Napoli, forse anche di più.
Intorno a Mr. Bean si forma subito una legione di imitatori. Dalle recite scolastiche alle trasmissioni televisive alla moda, lo stile Mr.Bean detta legge. Atkinson diventa un personaggio talmente riconoscibile che basta infilarsi una cravatta corta e fare una faccia strana per essere subito nel personaggio. Ed esserci in modo in fin dei conti molto italiano, quello di un paese che da Macario a Totò a Petrolini quel tipo di comicità l’ha esplorato in mille varianti.
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Connery e Moore invecchieranno entrambi velocemente, mentre la saga prende nuove strade. I nuovi Bond arriveranno e ripartiranno. Mr. Bean, invece ha sfondato, è rimasto, ha ribaltato il nostro modo di fare ridere, reinventandolo. Nigel Small-Fawcett, il console imbranato di Mai dire mai, era partito senza che nessuno lo vedesse. Alla fine ha vinto lui, in mezzo alle risate dell’ippodr… pardon, dell’Italia intera.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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