Enrico Berlinguer, stimato, enigmatico e bifronte, aveva un orologio che esprimeva perfettamente la sua personalità. Quando lo vedi non riesci più a immaginarlo con nulla di diverso.
La politica non solo divide ma è (o dovrebbe essere) l’arte di mettere in gioco queste divisioni, progettando alleanze e cercando consenso per le idee proprie, per farle vincere su quelle degli altri.

Uno dei problemi della politica di oggi potrebbe essere proprio questo, le idee. Ma meglio non inseguire troppo questi pensieri: non vorremmo essere accusati di essere dei boomer…
Berlinguer, un uomo integro
Chi ogni tanto ha la bontà di leggermi su Boomerissimo sa che la storia della mia famiglia ha le sue radici nell’Europa oltre la Cortina di Ferro. “Comunista” aveva per noi (e specialmente per mio padre, che di là era scappato a piedi), un senso molto preciso, direi “reale”. Fiero difensore della democrazia liberale, volontario per ogni iniziativa di dissidenti dell’Est, mio padre scattava come uno di quei cani che hanno una catena poco più corta della distanza del cancello, appena appariva un leader del PCI nel nostro Brionvega (le Tribune Politiche erano tutte nostre), con latrati particolarmente rumorosi se si trattava di Pajetta o di Napolitano che sulla sua rivoluzione ungherese avevano espresso al loro tempo concetti poco edificanti. Eppure persino lui aveva per Berlinguer un grande rispetto.
Berlinguer era un avversario, ma persino mio padre vedeva in lui un uomo integro, tormentato, che forse avrebbe voluto dire sull’Unione Sovietica più cose di quelle (va da sé, del tutto insoddisfacenti) che il suo ruolo di Segretario del PCI permetteva. Non so se mio padre avesse ragione ma persino lui (ed è dire molto) vedeva in Berlinguer un uomo perbene. Sicuramente in torto, ma onestamente. È certo che Berlinguer fosse il segretario di partito di un altro tempo. Era diventato Segretario nel 1972, dopo una lunga gavetta di lusso cominciata nel 1949 come Segretario giovanile. Per ragioni anagrafiche, non era corresponsabile di alcuni orrori che avevano coinvolto i suoi predecessori. Sempre per ragioni anagrafiche era ancora un segretario sobrio di vecchio stampo, forgiato sul modello che da Lenin arrivava a Togliatti. E cioè quello di un leader operaio molto borghese, con il vestito grigio, la camicia pulita, le scarpe belle, la cravatta al suo posto. Perché questo (almeno secondo Togliatti) era quello che gli operai volevano vedere nei loro leader, per quanto “rivoluzionari”. Figure guida, che anticipavano il progresso sociale. Un nuovo mondo in cui tutti avrebbero avuto una macchina (decorosa, mai sfarzosa), un modo di esprimersi erudito e forbito, un aspetto serio e “importante” che incuteva rispetto, e che non sfigurava davanti ai padroni. Per quanto si possano discutere le meraviglie della società socialista, questo tipo di progresso nella serietà è qualcosa che sarebbe stato bello avere. Che forse avrebbe potuto essere, ma sicuramente non è stato. Berlinguer non era insomma un leader scapigliato e post sessantottino. Quel mondo spettinato e chitarrato, che aspirava alla libertà più che all’ordine, che in parte sarebbe scivolato nel baratro dell’eroina e del terrorismo, non era il suo. Era avversario quasi quanto quello di mio padre. Eppure anche loro, gli ultras che spesso videro il PCI come il fumo negli occhi, rispettavano Berlinguer. Magari attaccavano tutti gli altri (memorabile l’assedio a Luciano Lama), ma Berlinguer era al di sopra delle parti. Era un uomo la cui inossidabile serietà ha dato sostanza a quel senso di “superiorità morale” che i comunisti hanno sempre pensato di avere. E per questo loro, tutti quelli che ho conosciuto, lo amavano.
Un orologio a misura di Enrico Berlinguer
Immaginate di essere Enrico Berlinguer, una figura che sfiora la santità, ascetica, dignitosa, ammirata, senza nessuna debolezza umana. Una figura che crede nel progresso, nel futuro. Ma un futuro ordinato e serio, senza avventure, senza follie, senza ostentazioni ludiche. Un futuro direi quadrato, fuso nell’acciaio, a suo modo attraente e sicuramente efficiente. Che orologio scegliereste se foste un uomo così?

La risposta qui a Boomerissimo l’abbiamo trovata per caso, in una foto. Un Berlinguer un po’ spettinato e scapigliato, pensieroso. Quasi casualmente, dal polsino spunta un orologio singolare, quadrato, spigoloso. Qualcosa di non del tutto estraneo a certe geometrie ardimentose che piacevano al socialismo realizzato, di cui tutto sommato anche il segretario del più grande Partito occidentale era parte, seppur problematica (ancora si parla del presunto attentato organizzato in Bulgaria, forse per liberarsene). Ci siamo chiesti per giorni in redazione che orologio fosse. La risposta è venuta da un forum di appassionati, che della materia sanno tutto, e che in quei pochi enigmatici centimetri esposti hanno trovato la risposta. Una risposta che era praticamente inevitabile.
Il Seiko 5 DX 6106-5470 di Enrico Berlinguer
L’orologio quadrato di Berlinguer, già a prima vista, appare qualcosa di ben diverso da un altro quadrato, il Tag Heuer Monaco, ma sfizioso e frou frou, amato da Steve McQueen, forse l’uomo maggiormente agli antipodi del Segretario sardo, da ogni punto di vista.
Quello di Berlinguer è quadrato, eppure sobrio, misurato. Qualcuno lo aveva soprannominato “il televisore” per la sua forma rettangolare. I suoi spigoli un po’ bauhaus e il suo entusiasmo modernistico possono forse ricordare alcune realizzazioni brutaliste di cui le testimonianze più insigni restano proprio in Bulgaria, nella ex Cecoslovacchia o in Unione Sovietica. Ma è un orologio giapponese, la versione più avanzata, “progressista” e di lusso di una pietra miliare dell’ingegneria popolare. Si tratta del Seiko 5 DX 6106-5470, dove DX sta per De Luxe. Il lusso senza fronzoli del primo orologio giapponese automatico. Il primo che doveva portare alle masse un movimento che si carica da solo, completo della meraviglia della finestrella day date, cioè con la data e i giorni della settimana. La rivoluzione del Seiko 5, lanciata nel 1963, continua a godere di ottima salute anche oggi. Al centro c’è l’ormai leggendario movimento 6106, che fa della robustezza e dell’affidabilità la sua ragione di esistere. All’interno, ben 23 rubini riducono gli attriti e l’usura, rendendo il movimento praticamente eterno. Il design esprime un sogno modernista dal sapore particolare, ingegneristico, diverso anche dalle scelte avveniristiche e decisamente più proiettate nel futuro degli orologi che abbiamo ammirato nella serie UFO. È un orologio importante, da tutti i punti di vista, con i suoi 36mm di larghezza e uno spessore di 12mm. Il vetro è in plexiglass, indistruttibile e moderno, mentre la corona incassata a ore 4 testimonia l’appartenenza alla vastissima, ed estremamente variegata, famiglia dei Seiko 5. Anche il prezzo di un Seiko 5 DX di quest’epoca era un prezzo importante, ma non esorbitante. Nei primi anni ‘70 il listino era tra la metà e un terzo di un Rolex Submariner. Non certo un orologetto da poco, ma nemmeno un orologio da ostentare come status symbol. Esibirlo in selfie su Instagram sarebbe stato impensabile (tantomeno mostrando nel frattempo ampie pezzature di pelle esposta, specialmente nella zona dei glutei, attraverso le contorsioni che abbiamo imparato ad apprezzare in certe pose di brand ambassadorship).

Ma per Enrico Berlinguer, l’ultimo segretario ispirato al modello formale di Togliatti, era l’orologio giusto. Talmente giusto che lo avrebbe indossato fino al giorno della sua morte, nell’indimenticato comizio di Padova, l’11 gennaio 1984.
Talmente giusto che l’abbiamo ritrovato in una teca dell’esposizione “I luoghi e le parole di Enrico Berlinguer”, insieme ai suoi occhiali e al suo portafoglio, elegante e magro. C’è molto dell’uomo Berlinguer in quei pochi accessori, e in quest’orologio, che abbiamo scoperto un po’ per caso.
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Era il suo orologio, un orologio un po’ strano a cui è inevitabile volere bene. Non avrebbe potuto averne uno migliore, né più adatto.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it


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