Il maestro del brivido non lasciava nulla al caso, anche il dettaglio più banale nascondeva un significato.
Chi apprezza Tarantino sa che i suoi film sono ricchi di citazioni e rimandi alle pellicole che lo hanno influenzato nella sua formazione.

Anche il maestro del brivido, quel buontempone dalla silhouette inequivocabile, Alfred Hitchcock, arricchiva i suoi thriller di citazioni, ma autoreferenziali.
Singolare
Era un personaggio singolare Alfred Hitchcock. Ha iniziato la sua carriera come semplice amatore del cinema per poi decidere di studiare disegno e design all’Università di Londra a cui univa l’interesse per la fotografia, ancora pionieristica ai tempi (parliamo degli anni Venti e precedenti). Entrò nel dorato mondo del cinema come cartellonista dei film muti, per ricoprire via via i ruoli più disparati, scenografo, direttore artistico, montatore, assistente regista e sceneggiatore. Il primo film accreditato del maestro del brivido risale al 1925, The Pleasure Garden, ma in realtà già nel 1923 si era cimentato con la regia. Aveva dovuto sostituire Hugh Croise, regista di Always Tell Your Wife, un cortometraggio comico, che si era improvvisamente ammalato (per altri fu licenziato).
Ma la strada di Alfred era decisamente un’altra, quella di creare tensione nel pubblico, cosa che gli riusciva benissimo, peraltro.
Come la gran parte dei personaggi dello spettacolo aveva le sue manie e i suoi piccoli rituali. Tutti sanno che Hitchcock appare nei suoi film per un brevissimo cameo. Il rito cominciò nel 1927 con il film The Lodger: A Story of the London Fog. Non era una cosa voluta e/o studiata. Semplicemente c’era penuria di comparse e Hitchcock risolse il problema usando sé stesso. Da allora divenne per il regista come un rito scaramantico. La notizia divenne ben presto nota al pubblico che per tutto il film si concentrava ad identificare il regista tra passanti e figuranti. Hitchcock allora decise di comparire nei momenti iniziali del film, in modo che l’audience si concentrasse sulla trama, ma salvaguardando in questo modo il suo piccolo rituale.
Un’auto da brividi
E se il capolavoro di Hitchcock per molti è Psycho e se su quel film è stato detto tutto, noi ci concentreremo sulla macchina che l’ignara Marion Crane guidava per raggiungere il luogo della sua morte, il Bates Motel. Si trattava di una Ford Custom 300 del 1957, “colonial white” recitano le cronache. Si trattava di un’auto pensata per la famiglia della classe media americana con una velocità massima accreditata di 90 mph/h, velocità che Marion si guarda bene dal raggiungere, visto che sta fuggendo dopo aver rubato del denaro. In realtà viene comunque fermata dalla polizia, ma per un motivo completamente diverso, si é addormentata in macchina.

Dopo aver accompagnato Marion Crane al suo destino, la Ford riappare nelle scene finali del film quando viene tirata fuori dall’acqua dove il gentile Norman aveva tentato di farla sparire.
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La macchina viene issata in modo tale che la targa appaia in primo piano: NFB 418. Poteva essere casuale la scelta? Giammai. Secondo le versioni più accreditate, NFB sta per Norman Francis Bates, il nome completo del protagonista. Ma perché Francis? Alcuni pensano che sia una colta (e blasfema) citazione del regista su San Francesco che parlava agli uccellini, visto che Norman ha una passione per impagliare i volatili. Tirata per i capelli? Forse. E il numero? Sul numero 418 non ci sono ipotesi credibili. Ma non è detto che un significato non ci sia, semplicemente non è stato ancora scoperto.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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