Il tempo che passa non affievolisce il mito, non si stempera l’amore dei fan per colui che è stato definito il re del rock and roll. Ancora oggi ci si interroga se qualcosa avrebbe potuto fermare la spirale autodistruttiva nella quale era entrato.
Anche se oggi c’è più di qualcuno che dissente sul reale ruolo di Elvis Presley nella storia della musica, è innegabile che sia stato un personaggio di enorme importanza, se non altro per il modo di presentarsi e per come cantava.

Addio crooner ingessati e solo lievemente ammiccanti, con Elvis the pelvis la musica è stata percepita come elemento di disinibizione. Muoversi in quel modo, usando parti del corpo che, all’epoca, non dovevano essere notate, gli ha sicuramente conquistato un posto nella storia.
Non senza problemi
Intendiamoci, non è che la pruriginosa società americana degli anni Cinquanta fosse preparata allo scatto di bacino e conseguente salto del ciuffo. E’ facile intuire come esponenti della chiesa si siano scagliati contro l’indemoniato ragazzo di Tupelo. Ma ormai il dado era tratto, i giovani impazzivano e gli adulti condannavano. Niente di nuovo.
Proprio il ciuffo, che ormai era diventato un tratto distintivo del giovane cantante, non era “originale”. Elvis era biondo, ma aveva la convinzione che gli uomini biondi non fossero particolarmente virili. Da qui la decisione di tingersi capelli e sopracciglia. Quando era ancora un ragazzo poco più che spiantato usava il lucido da scarpe e poi, quando arrivarono i guadagni, ricorrendo alle cure di un parrucchiere. Il suo colore? Miss Clairol 51 D, Black Velvet.
Quell’amore che avrebbe potuto salvarlo
Quando fu richiamato per il servizio militare, Elvis era già l’idolo delle folle. Mentre si trovava a Fort Hood in Texas per svolgere l’addestramento, gli capitò di assistere ad una dimostrazione di Judo.
La cosa lo colpì molto ed una volta trasferito in Germania, si documentò leggendo un libro del Maestro giapponese Masutatsu Oyama fondatore del Kyokushinkai, il primo stile del full contact karate. Nel libro si narrava dei combattimenti del maestro contro i tori, a mani nude. La figura di Oyama cominciò ad appassionare il re del rock, che decise di dedicare molte delle sue licenze a prendere lezioni ed allenarsi.

Dopo aver servito la patria, Elvis tornò alla sua vita da divo, cominciò a fare film introducendo anche qualche scena di combattimento. Intendiamoci, nulla di paragonabile ai veri artisti marziali, ma indicativi di una passione che era nata in lui. Aveva anche pagato trentamila dollari per mettere in piedi una pellicola sul karate che avrebbe dovuto chiamarsi The New Gladiator. Il progetto, però, non andò a buon fine.
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Gli ultimi anni della carriera di Elvis sono stati segnati dalle dipendenze da farmaci. Prendeva anfetamine, tranquillanti e sedativi, che lo aiutavano a esibirsi, a rilassarsi e dormire, ma che avevano minato la sua salute. A questo aveva aggiunto l’alcol. Nell’estremo tentativo di tirarlo fuori da quell’abisso, a qualcuno del suo entourage, venne in mente di rispolverare la sua antica passione per le arti marziali. Forse era troppo tardi, forse del ragazzo affascinato dalle gesta di Masutatsu Oyama, non era rimasto più nulla. Aveva lasciato il posto ad un fantasma imbolsito e perennemente stordito. Un fantasma che divenne tale il 16 agosto del 1977.
Antonietta Terraglia


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