E anche questa edizione ce la siamo… l’abbiamo consegnata alla storia. Che la cerimonia degli Academy sia una bella vetrina e non sempre consegni il premio al migliore in lizza non risulta essere una novità. Ma questa volta non c’entrano solo le statuette.
Riarrotoliamo il red carpet (che quest’anno non era neanche red), discutiamone per una settimana e poi consegniamo tutto alla memoria a breve termine.

Chi si ricorda i vincitori dello scorso anno? Pochi, ma lo sberlone di Will Smith è ancora vivido nella memoria.
Gli “svarioni” dell’Academy
Lungi dall’essere depositari della verità cinematografica, i membri dell’Academy hanno consegnato, negli anni, statuette a film e attori discutibili. Una ragione dovevano averla, ma non era certo il merito artistico.
Fondata nel 1927 da un dirigente della MGM, l’Academy of motion picture arts and science è composta da oltre novemila professionisti del cinema, quasi tutti “born in the USA” suddivisi in diciassette rami, che comprendono ogni aspetto dell’industria cinematografica.
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Che la scelta dei vincitori sia stata basata su scelte politiche o di convenienza, legate ai temi affrontati dai film è evidente. In alcuni casi, le major o produttori di peso hanno pilotato con successo il successo di pellicole che altrimenti difficilmente avrebbero ottenuto l’ambita statuetta.
Notorio e accreditato è il caso di Shakespeare in love che nel 1999 si accaparrò ben sette statuette, tra cui miglior film e migliore attrice protagonista. Con tutta la buona volontà si fece davvero fatica a capire i motivi di questo trionfo, solo anni più tardi si scoprì che Harvey Weinstein aveva pilotato tutto.
Altri film precipitati nel dimenticatoio nonostante le vittorie, sono Crash (vi sfido a ricordarlo) che trionfò su una cinquina in cui c’erano I segreti di Brokeback mountain, Munich e Truman Capote – A sangue freddo. Misteri del cinema. Pluripremiato anche il godibile (e nulla più) almeno per un po’, prima di diventare soporifero, Balla coi lupi. Molti sono i film che hanno raggiunto l’ambito premio per le tematiche affrontate, storie di riscatto, di razzismo (un tema sempre attuale per gli americani), insomma l’elenco completo di argomenti “giusti”.
Basti pensare che film come Apocalypse now, Quei bravi ragazzi si sono dovuti accontentare di premi di contorno.
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Certe storie, brutali forse, almeno nel passato hanno dovuto sgomitare per arrivare a qualche statuetta. Gli americani, in gran parte, sono ancora legati all’idea dell’eroe senza macchia, al trionfo del bene sul male e certi argomenti sfidano l’american dream. Ma certi torti, certe “dimenticanze”, certe distrazioni sono davvero difficili da perdonare.
Manca qualcuno
Ogni anno, durante la cerimonia degli Oscar, c’è il momento doloroso del ricordo degli artisti scomparsi nell’anno passato. Anche quest’anno sono stati omaggiati. Tutti? Non proprio. Incomprensibilmente tra i molti non citati, c’è anche Paul Sorvino.

Paul Sorvino non è proprio l’ultima comparsa del cinema di un paese sconosciuto. Tutt’altro. Gli affezionati di serie televisive lo ricorderanno in una delle prime stagioni di Law and Order, ma anche come interprete di Quei bravi ragazzi, che pur essendo stato snobbato dagli Oscar è nell’elenco dei 100 migliori film dell’American Film Institute.
Non si sono fatte attendere le reazioni della vedova e della figlia di Sorvino, anch’essa attrice, Mira, che l’Oscar invece, lo ha vinto, per La dea dell’amore.
Mira ha espresso il suo disappunto (chiamiamolo così) su twitter:
E’ davvero sconcertante che su oltre novemila membri dell’Academy e truppe di assistenti e segretarie nessuno si sia ricordato della dipartita di Paul Sorvino, che pure fu candidato all’Oscar nel 1996 per Gli intrighi del potere – Nixon, in cui interpretava Henry Kissinger.
La vedova e la figlia di Paul auspicano le scuse da parte di chi ha reso possibile una simile dimenticanza. And the winner is…
Antonietta Terraglia


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