Quando si giocava ancora con le racchette di legno, lui era il genio, il Mozart imprevedibile del Grande Slam. Non sapevi mai cosa stava per combinare, dove e quando avrebbe piazzato la sua volée vincente. E se pensate che a 50 abbia smesso di stupire sul campo, vi sbagliate di grosso. C’è un campionissimo che ne sa qualcosa.
Pensate a tutto quello che un campione dovrebbe essere, e generalmente è. E dimenticatelo. John McEnroe è fatto di un’altra pasta. Chi l’ha visto sul campo lo sa.

Poteva starti cordialmente sulle palle, quello che appariva come un ragazzino viziato che se ne infischiava delle consuetudini, delle tradizioni e delle regole. Un po’ più giovane dell’altra grande, ed esplosiva, star americana del suo tempo: Jimmy Connors, McEnroe aveva preso da lui l’irriverenza, la tendenza a considerare il grande circo del tennis come fosse cosa sua. Caratterialmente, avrebbero potuto essere un fratello maggiore e uno minore.
La rivalità con Jimmy Connors
Ma amici non lo erano. Si rispettavano appena, a denti stretti, divisi da una rivalità feroce, che a decine di anni di distanza non si è ancora raffreddata.
Interrogato sullo stato dei suoi rapporti con Connors, l’ex enfant prodige si è espresso in termini che il cronista sportivo dovrebbe commentare con un sonante: “mecojoni”.
Se ci trovassimo insieme in una stanza, credo che potremmo parlare.
John McEnroe su Jimmy Connors
I duellanti
Se fratello minore è stato, McEnroe, è stato uno di quelli che nessuno vorrebbe avere. Ambizioso, indisciplinato, irriverente, per nulla disposto ad accettare il suo status cadetto. Contro il rivale, di cui era 7 anni più giovane, McEnroe ha giocato ben 34 volte in carriera, battendolo 20 volte. E finendo per distruggerlo in una memorabile serie di finali e semifinali di Grande Slam.
Né Connors né McEnroe erano fatti per arrendersi. Nemmeno il ritiro, prima dell’uno, poi dell’altro è riuscito a fermare il duello, che è continuato nelle categorie Senior, negli anni ’90 e persino nel nuovo millennio. Due “ragazzi” indomabili e inguaribili, che nemmeno il tempo è riuscito, né probabilmente riuscirà mai, a fermare.
McEnroe, il campione che non si allenava
Già nemico del tennis robotizzato interpretato da Bjorn Borg e Ivan Lendl, McEnroe non ha certo smussato i suoi giudizi con il passare degli anni.
I suoi metodi di allenamento, per quanto evidentemente efficacissimi, sono sempre stati drammaticamente eterodossi. Non che facesse vita da anti-atleta, per carità. McEnroe non è mai stato uno sportivo “maledetto”.
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Sempre magro, scattante, in forma, McEnroe coltivava il suo corpo maniacalmente con l’alimentazione e una disciplina di vita ammirevole. Ammirevole per tutti, tranne che per il suo allenatore, visto che Mac si è sempre caparbiamente rifiutato di fare quello che per altri tennisti è un’ossessione quotidiana.
McEnroe a tennis, non si allenava. E non per capriccio, ma forte di una sua personalissima filosofia di vita sportiva.
La ripetizione serve ai bisognosi, non ai talentuosi
John McEnroe
Logica a dir poco disperante per un tennis contemporaneo costruito intorno al culto del lavoro ripetitivo, instancabile, fino ai confini dell’eroismo.
McEnroe e il tennis di oggi: la rivincita
L’ eterno ragazzo terribile del tennis non ha mai nascosto lo scarso apprezzamento per il modo in cui il suo sport ha finito per svilupparsi. Lui, nemico di ogni approccio scientifico, di ogni pretesa di costruire a tavolino il successo, di mettere la museruola all’ arte, il tennis di oggi lo commenta spesso, ma non lo ama.
O meglio, ne ama le scintille che gli ricordano se stesso e la sua indomabilità. Per questo si è offerto di entrare nel team che allena Yannik Sinner, e lo ha fatto con parole che rivelano la sua ammirazione per il genio, che sarà sempre superiore alla pianificazione e alla preparazione.
Sono disponibile a un lavoro part-time per aiutarlo a diventare un grande giocatore, anche se lo diventerà indipendentemente dal fatto che io lo alleni oppure no
John McEnroe su Yannik Sinner
Su questo tennis che osserva senza amarlo, John McEnroe si è anche preso una memorabile rivincita, agli US Open del 2009.
McEnroe si trovava nella postazione dei commentatori sportivi, a fare il suo nuovo lavoro di acido commentatore tecnico dell’evento, quando Novak Djokovic, forse colpito da qualcuno dei rilievi poco diplomatici del campione americano, decise di sfidarlo. E non a parole, ma con la racchetta in mano.
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Sono guasconate che con gente come Mac è sempre meglio evitare. Senza farselo ripetere due volte, lo stagionato enfant scese dalla sua postazione, in chinos e camicia, prese la racchetta in mano. E dimostrò chi è McEnroe, anche vecchio, e chi è Novak Djokovic. Un supercampione, sì, ma con ancora molto da imparare da uno che il tennis, se non l’ha inventato, l’ha quantomeno reinventato.
Qualche scambio, una volée geniale. Territorio segnato. E largo ai vecchi, almeno quando si chiamano John McEnroe.
Antonio Pintér @Boomerissimo.it


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