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Muro di Berlino

Il filo di Berlino: la mattina in cui una città si svegliò divisa

Alle cinque del mattino il selciato era già strappato e il filo spinato bloccava le strade. Due mesi prima Ulbricht aveva assicurato che nessuno pensava a un muro. In effetti il muro non c’era. C’era del filo spinato.

Ognuno ha avuto il suo momento storico. Molti americani, per decenni, hanno ricordato esattamente dov’erano e cosa stavano facendo il giorno in cui a Dallas, John Fitzgerald Kennedy venne assassinato. You ricordo dov’ero l’11 settembre, nell’ingresso del mio ufficio, guardando sul megaschermo la prima torre appena colpita. Ma ricordo ancora meglio i mesi di una decina di anni prima, quelli della caduta del Muro di Berlino, che seguii non proprio in diretta sulle pagine dei settimanali americani a cui mi ero abbonato. L’Europa dell’Est è stata il mio mondo, quello da cui proviene una parte della mia famiglia. E per me ci sono momenti precedenti e importanti di quella storia. Ma uno che so di condividere con tutto il mondo, e non è facile, è quello in cui Berlino si svegliò divisa, per metà prigioniera. Molto del resto d’Europa lo era già. Ma quel giorno anche i più refrattari, persino John Fitzgerald Kennedy, dovettero rendersi conto che qualcosa di irreparabile non solo stava succedendo, ma era già successo da tempo.

Muro di Berlino
Prima il filo poi il muro- Boomerissimo.it®

13 agosto 1961

Domenica 13 agosto 1961, verso le cinque, su Bernauer Straße la luce del giorno cadde su un selciato smontato a pezzi e su una fila di paletti di legno con il filo spinato teso dall’uno all’altro. In certi punti il filo era doppio, in altri ancora singolo. Dall’altra parte stavano i soldati della Bereitschaftspolizei e i miliziani delle Kampfgruppen der Arbeiterklasse. Chi uscì di casa a prendere il pane, o per raggiungere un parente a due isolati di distanza, si fermò sul marciapiede. La sera prima da lì si passava. Per le forze della Germania di Ulbricht l’operazione si chiamava Aktion Rose. Una operazione enorme, che vedeva coinvolte decine di migliaia di uomini tra esercito, polizia di frontiera e milizie operaie, Tutti disposti lungo la linea che separava il settore sovietico dai tre occidentali, una linea sulla carta, che presto sarebbe diventato il tratto più simbolico e sanguinoso del confine tra due mondi. I gendarmi spensero i lampioni, stesero il filo, scavarono trincee nelle strade, interruppero ferrovia e metropolitana. Furono chiuse circa 193 strade, 68 valichi e 12 stazioni. Intorno a Berlino Ovest il perimetro superava i centocinquanta chilometri, e dentro la città la linea tra Est e Ovest ne misurava circa quarantatré. All’alba era tutto finito. Il cemento sarebbe arrivato nei giorni seguenti.

Il filo, prima del cemento

Nella storia, molti muri e barriere sono stati eretti per evitare al nemico o semplicemente ai migranti di entrare. Ma per il regime della DDR il problema era paradossalmente opposto: la gente se ne andava. Tra il 1949 e l’agosto 1961 erano passati a ovest circa due milioni e mezzo di persone (qualcuno arriva a sostenere tre milioni e mezzo). Su una popolazione di poco più di diciassette milioni era un’emorragia devastante. Ad aggravere il problema, i dati demografici. Ad andarsene erano i più giovani, quelli con un mestiere, quelli con un futuro, lo più giovani, e con un mestiere in mano. Nei primi undici giorni di agosto ne erano partiti circa sedicimila. Sabato 12 agosto, solo in quella giornata, fuggirono in duemilaquattrocento, il numero più alto mai registrato.

Muro di Berlino
Una città divisa – Boomerissimo.it®

Walter Ulbricht, primo segretario della SED e presidente del Consiglio di Stato, aveva fatto sapere a Mosca che così il sistema non sarebbe durato. Chruščëv diede il via libera. Il compito di organizzare l’operazione toccò a Erich Honecker, responsabile della sicurezza del partito. Anche la data aveva le sue ragioni. Era pieno agosto, con mezza città in ferie. Di domenica le fabbriche erano chiuse, e questo toglieva la possibilità di scioperi o assembramenti davanti ai cancelli: non doveva più succedere un 17 giugno 1953. Una rivolta che aveva segnato la memoria del partito. C’era poi il problema topografico: il filo andava steso sul lato orientale, senza sconfinare di un millimetro, da nessuna parte, nei settori occidentali, per non dare agli Alleati un pretesto.

La promessa violata

Il 15 giugno, cioè due mesi prima, Ulbricht aveva tenuto una conferenza stampa nella Casa dei Ministeri, a Berlino Est. Annamarie Doherr, della Frankfurter Rundschau, gli aveva chiesto se la creazione di una «città libera» a Berlino Ovest avrebbe portato il confine di Stato alla porta di Brandeburgo. Nella risposta la parola «Mauer» la pronunciò lui, per primo. Disse che gli edili della capitale erano occupati a costruire case, e aggiunse: «Niemand hat die Absicht, eine Mauer zu errichten». Nessuno ha l’intenzione di erigere un muro. La frase fu registrata e trasmessa. Era una menzogna: i preparativi, andavano già avanti da mesi. La versione ufficiale parlava di «Antifaschistischer Schutzwall», un muro di protezione antifascista contro le trame revansciste dell’Ovest. Nessun esercito, però, stava avanzando. Il filo era rivolto verso l’interno e serviva a trattenere le persone, cosa che i calcoli interni del regime sulla manodopera per industria e agricoltura dicevano senza giri di parole.

Il Filo di Berlino – Boomerissimo.it®

Il terzo giorno e la foto

La mattina del 13 le reazioni furono sparse e confuse. Famiglie che vivevano a poche centinaia di metri l’una dall’altra si ritrovarono da lati opposti. Chi abitava in un settore e lavorava nell’altro non poté più raggiungere il posto di lavoro. A Bernauer Straße le facciate delle case erano esse stesse il confine: dal lato est alcuni residenti saltarono dalle finestre sulle reti tese dai vigili del fuoco di Berlino Ovest. Altri provarono dove il filo era ancora singolo. Nei giorni successivi i varchi si chiusero uno dopo l’altro. Gli Alleati furono avvertiti tardi. Kennedy era a Hyannis Port per il fine settimana e i rapporti arrivarono a Washington alcune ore dopo l’inizio dell’operazione. Non ci fu nessuna reazione militare: le truppe occidentali rimasero in caserma, per non trovarsi faccia a faccia con quelle sovietiche. I diplomatici protestarono, e la barriera rimase dov’era. Nel giro di pochi giorni blocchi di cemento e mattoni forati cominciarono a sostituire il filo.

La foto

Il 15 agosto, all’angolo tra Bernauer Straße e Ruppiner Straße, Conrad Schumann, diciannove anni, di guardia con la Bereitschaftspolizei, scavalcò il filo davanti a una piccola folla di berlinesi dell’Ovest. Lasciò cadere il mitra e corse verso un furgone della polizia di Berlino Ovest. Peter Leibing lo fotografò a mezz’aria, e «Sprung in die Freiheit» finì sui giornali di mezzo mondo. La foto è del terzo giorno: il cemento cominciava ad apparire in vasti tratti del muro ma non era ancora arrivato dappertutto. Un ragazzo in divisa poteva ancora saltare un filo. Presto sarebbe diventato impossibile, o quasi.

Muro di Berlino
Conrad Schumann – Boomerissimo.it®

La barriera venne presto rinforzata. Arrivò una seconda recinzione, poi una striscia di terra illuminata e sorvegliata, le torri, i cani, l’ordine di sparare. A Bernauer Straße, intanto, le finestre dei piani bassi vennero murate una dopo l’altra, e le case, che avevano sembra avuto due portoni sui due lati si trovarono presto ad averne uno solo, che dava su un muro. La città si addormentò intera. Si svegliò divisa, due mondi diversi, da due parti della stessa strada.

Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®

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