La storia delle tre sorelle dell’Olympic‑class è la dimostrazione che, in mare, non affonda sempre quella che ti aspetti
Se qualcuno intende farmi del male, mettermi in una situazione di terrore, non deve fare altro che regalarmi una crociera. La sola idea di vivere per giorni su una cosa galleggiante, soggetta ai capricci del mare mi pietrifica.

Fatta la premessa ammetto di aver preso traghetti con traversate anche lunghine (una intera notte), ma mi sono seppellita di sonniferi e le persone che erano con me mi hanno sentita comunque urlare nella notte. Il mio terrore è quello di fare la fine del topo, rinchiuso in una stiva e lasciato ad affogare. In questo preferisco gli aerei, in quanto assicurano, la maggior parte delle volte, un trapasso rapido e alquanto indolore. Come diceva mio nonno, ‘A meglio morte è chella ‘e subbeto”. Non sarei stata una grande viaggiatrice in epoca Titanic.
Le tre sorelle
Mio nonno ne parlava abbastanza spesso, ricordava l’evento in quanto uomo nato nel XIX secolo. Ne faceva narrazioni romanzate, credo veicolate dai giornali dell’epoca. Certamente l’evento era rimasto impresso nella sua memoria di ragazzino. Oggi sappiamo praticamente tutto di quell’affondamento, dovuto in buona parte a manchevolezze nella costruzione e un, per così dire, certo lassismo nelle dotazioni di sicurezza. Quello che molti ignorano è che l’inaffondabile Titanic ha avuto due sorelle, una “più grande” e una “più piccola”. Andiamo con ordine.

Nella storia della marina commerciale del primo Novecento, la prima nave della famiglia del Titanic a vedere la luce è la RMS Olympic. È la primogenita di una triade destinata alla leggenda, Olympic, Titanic e Britannic, concepita nei cantieri Harland & Wolff di Belfast su commissione della White Star Line. Il primo progetto ad essere messo su carta è quello dell’Olympic, a cui seguirà a breve la sorella più famosa, il Titanic. Il Britannic arriverà solo dopo, come terza sorella, figlia di un mondo già cambiato.
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La White Star vuole reagire ai colpi messi a segno dalla concorrenza della Cunard, che con Lusitania e Mauretania si stanno imponendo sul mercato. La risposta che la compagnia ha in mente non è quella di batterli nella velocità del viaggio, ma offrire un’esperienza di prestigio. Saloni smisurati, boiserie ovunque, comfort ostentato. Si decide di offrire una nuova classe di super‑liners, pensati come hotel galleggianti. Le prime due unità ordinate sono proprio Olympic e Titanic; il Britannic, all’inizio, non è che un progetto in prospettiva, una terza unità da aggiungere in seguito.
L’Olympic
Nei capannoni di Belfast la storia si fa con l’acciaio. Il 16 dicembre 1908 la chiglia dell’Olympic entra ufficialmente nel mondo. Poco dopo tocca al Titanic, che occupa lo scalo gemello. Il Britannic dovrà aspettare: la sua chiglia verrà impostata solo nel 1911. Il 20 ottobre 1910, sotto lo sguardo di una folla ammirata, l’Olympic scende in acqua. Nel 1911 è già completata, è la nave passeggeri più grande e lussuosa al mondo, circa 269 metri di lunghezza, 45.000 tonnellate di stazza lorda, più di 2.300 passeggeri potenziali a bordo. Il Titanic seguirà l’anno dopo, leggermente più grande. Il Britannic, invece, arriverà in servizio solo nel 1915, e per tutt’altre esigenze.

Il debutto dell’Olympic è un evento. Il 14 giugno 1911 lascia Southampton per il suo viaggio inaugurale diretto a New York. Al suo arrivo nella Grande Mela l’accoglienza è trionfale. Una enorme vittoria per la compagnia. In plancia c’è il capitano Edward J. Smith, destinato di lì a poco a un’altra nave e a un destino gramo: quello del Titanic. L’Olympic copre l’Atlantico in meno di sei giorni, la White Star ha trovato il suo manifesto galleggiante, e sulla “sorellina” in costruzione le aspettative schizzano alle stelle.
Prima ancora che il Titanic salpi, l’Olympic ha già collezionato diversi viaggi e una solida reputazione. Non mancano, però, gli incidenti di percorso. Nel settembre 1911, durante una manovra l’Olympic entra in collisione con l’incrociatore britannico HMS Hawke. Lo scafo è danneggiato in modo serio, tanto da costringerla a rientrare in cantiere per le riparazioni. Per rimetterla in servizio il prima possibile, Harland & Wolff sposta uomini, macchinari e risorse dalla nave ancora in allestimento, sempre lui, il Titanic.
L’Olympic dopo l’affondamento del Titanic
Quando il Titanic scompare nell’Atlantico e prima che Ballard lo ritrovi, la tragedia investe le aule dei tribunali e le prime pagine dei giornali. Anche la sua gemella sopravvissuta finisce sotto inchiesta. L’Olympic, da fiore all’occhiello della flotta, diventa all’improvviso un promemoria galleggiante della catastrofe. La nave viene richiamata in cantiere e ritirata temporaneamente dal servizio. Lì, subisce una trasformazione. Il doppio fondo viene esteso fino a trasformarsi in un vero e proprio doppio scafo, le paratie stagne vengono rialzate per evitare che l’acqua le scavalchi da un compartimento all’altro, e soprattutto la sagoma dei ponti si affolla di nuove scialuppe. Stavolta ce n’è per tutti, almeno sulla carta, a coprire la massima capacità di passeggeri.

Quelle stesse lezioni finiscono direttamente sulle tavole di progetto del Britannic, che è ancora in allestimento quando il Titanic affonda. La terza sorella nasce, in pratica, già corretta. Mentre a New York si contano i superstiti e in Europa si aprono le inchieste, l’Olympic è in mare. Ricevuta la notizia del disastro, si offre di accogliere a bordo i sopravvissuti. Ma il capitano Arthur Rostron del Carpathia, su indicazione di J. Bruce Ismay rifiuta. Sarebbe troppo per i superstiti a salire su una nave che a occhio nudo sembra il Titanic redivivo. Il bis anche no. Quando l’Olympic rientra in porto, issa le bandiere a mezz’asta. Per qualche tempo, per chi la osserva da banchina o da una foto sul giornale, diventa il “Titanic che non è affondato”, una sorta di memento mori.
A cambiare ancora tutto arriva la guerra. Lo scoppio del conflitto la strappa alla routine dei passeggeri in abiti da sera. All’inizio viene fermata, poi requisita e trasformata in trasporto truppe, la sigla cambia in HMT Olympic, His Majesty’s Transport. Nelle sue stive al posto di bagagli lussuosi trovano posto i fucili e nei saloni invece di persone altolocate, uomini in divisa. Nel 1918, in pieno Atlantico, individua il sottomarino tedesco U‑103 che si prepara a un attacco. Grazie ad un’abile manovra, il comandante Bertram Hayes lo sperona letteralmente con la prua, affondandolo. L’Olympic esce viva anche da questa prova. A guerra finita viene riportata alla configurazione civile e rimandata sulla vecchia rotta verso New York. Per la sua capacità di reggere a tutto e di continuare a fare il proprio mestiere le viene dato un soprannome affettuoso, “Old Reliable”, la vecchia affidabile.
Negli anni Venti è ancora una signora del mare in piena attività. Ma il mondo cambia in fretta. La Grande Depressione prosciuga i flussi di passeggeri. L’Olympic comincia ad apparire un po’ fuori tempo massimo: robusta, elegante, ma tecnicamente ed economicamente superata.
Il 5 aprile 1935 lascia New York per l’ultima volta. Ci vorranno alcuni anni per smontarla pezzo a pezzo. La “gemella sopravvissuta” avrà così alle spalle circa ventiquattro anni di carriera attiva, contro il singolo, tragico anno del Titanic. Se l’acciaio viene disperso, non così accade per gli arredi che vengono acquistati da alberghi, club, edifici pubblici britannici.
E il Britannic?
Quando il Titanic affonda il Britannic è ancora in cantiere e viene modificato in corsa. Il nome pensato in origine,“Gigantic”, diventa inappropriato, quasi di cattivo gusto. Verrà sostituito da Britannic, un richiamo sobrio e patriottico. Varato nel 1914 non è gran che fortunato.
Il Britannic non entrerà mai in servizio come pacifico liner dell’Atlantico Nord. Il suo debutto sarà al fronte. La Royal Navy requisisce la nave e la converte in ospedale galleggiante. Tra il 1915 e il 1916 il Britannic va avanti e indietro nel Mediterraneo. Trasporta feriti dai teatri di guerra verso la Gran Bretagna, ospita sale operatorie, camerate, infermerie: la copia “corretta” del Titanic è diventata una clinica in movimento.
Il 12 novembre 1916 lascia di nuovo la Gran Bretagna in direzione del Mar Egeo. La destinazione è Lemno, in Grecia. Un’altra missione di evacuazione in una zona disseminata di mine. La mattina del 21 novembre, mentre naviga vicino all’isola di Kea, una violenta esplosione squarcia lo scafo. Probabilmente una mina tedesca.
L’acqua entra con una velocità tale che le paratie rialzate non riescono a contenere l’acqua. Tra l’altro alcune porte stagne e oblò sono rimasti aperti per aerare i reparti. La nave si inclina e comincia a sprofondare di prua. L’evacuazione ancora una volta è priva di direttive. Alcune lance vengono messe in acqua troppo presto, le eliche ancora in moto creano un risucchio fatale. Diverse scialuppe vengono trascinate, spezzate, triturate dai propulsori. Ciononostante il bilancio dei morti è irrisorio rispetto al Titanic. Le vittime sono circa una trentina. In meno di un’ora il Britannic scompare sott’acqua. Oggi riposa sul fondo del Mar Egeo, a circa 120 metri di profondità vicino a Kea, inclinato su un fianco ma sorprendentemente integro. Più accessibile del Titanic (3800 metri) e meglio conservata, continua a raccontare in silenzio l’epilogo di quella che doveva essere la versione più sicura della classe Olympic.
Le due sorelle che non avrebbero dovuto affondare sono quelle che oggi giacciono sul fondo del mare. L’unica a non essere mai colata a picco, l’Olympic, è quella che l’uomo ha deciso di smontare, per una semplice questione di bilanci. La “vecchia affidabile” non è stata sconfitta dall’oceano, ma dalla contabilità.
Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®


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