Aveva brevettato il futuro. Non riusciva a pagare il presente. E quando morì, nessuno aprì quella porta.
Per essere onesto, le auto elettriche non sono la mia cup of tea. Escludendo quelle degli autoscontri, che guidavo da bambino, e che devo ammettere mi davano un certo brivido, sono sempre stato più affezionato a tutt’altro genere di motori.

Mi piace il rombo, tanto che sulla mia prima macchina, una Fiat 127, il caso fece in modo che l’autoradio, attraverso un sistema di interferenze elettriche del tutto spontaneo, captasse il suono del motore e me lo riproducesse amplificato. Ferrari ha cercato qualcosa del genere molti anni dopo sui suoi modelli a batteria. Io mi tenni stretto il doppio ruggito del possente motore da 903cc, amplificato dall’autoradio non estraibile Voxson, e fui contento così, con molti anni di anticipo sugli ingegneri di Maranello. Per quel tipo di automobilista trendy che certamente non sono io, Tesla è però un brand di prestigio e se ne guidate una o anche solo la invidiate nel traffico (non so come sia possibile, ma qualcuno lo fa), sapete già che quel nome non è scelto a caso. Significa qualcosa. È il nome di un uomo, scelto da un altro uomo, Elon Musk, che pochi amano ma che certamente ha avuto la lucidità, o forse l’audacia, di capire qualcosa stava cambiando nel mondo e che occorreva dargli un nome che promettesse futuro, ma con una solida radice nel passato. Chapeau, perché oggi quel nome vale miliardi .Tutti quelli che guidano quelle berline silenziose, che qualcuno trova persino affascinanti, conoscono almeno i contorni della storia: Nikola Tesla, un genio incompreso. Qualcuno ne conosce anche alcune sfumature piuttosto oscure: i brevetti rubati, i fallimenti catastrofici. Ma c’è una stanza, al terzo piano dell’Hotel New Yorker di Manhattan, che custodisce l’ultimo segreto: una versione della storia che sfugge al glamour delle concessionarie e dei Supercharger. Un enigma con domande ancora aperte, che nessuno ha mai chiuso del tutto. Una storia dolorosa e drammatica, che si svolge attorno a un cartello sul corridoio che tutti, per ore, riuscirono a ignorare, anche se sarebbe stato molto meglio non farlo.
La torre che non si alzò mai
È la fine solitaria e disperata di Nikola Tesla, ma per arrivarci occorre capire il percorso di una caduta che ha aspetti inquietanti. Una caduta che comincia con un sogno troppo grande anche per lui: Wardenclyffe, la torre a Long Island progettata per trasmettere energia elettrica senza fili a tutto il pianeta. Lo stesso sistema con cui oggi ricarichiamo i cellulari senza bisogno di collegarci a una presa, ma in versione grandiosa, e arrivato con troppi anni di anticipo.

Oggi è una realtà, miniaturizzata. Ma mentre il mondo si dibatteva ancora nelle trincee della prima guerra mondiale, si trattava solo di una grandiosa utopia. O almeno così la pensavano i finanziatori che, sopraffatti dal peso di finanziamenti sempre più mastondondici che non stavano dando nessun ritorno, si ritirarono. La torre rimase incompiuta, i soldi finirono e nel 1917 Tesla dichiarò bancarotta. Aveva cinquantasei anni e alle spalle un catalogo di invenzioni che avrebbe dovuto renderlo ricco per tre generazioni: la corrente alternata, i motori elettrici, le basi della trasmissione wireless. Ma i brevetti scadono, gli investitori hanno la memoria corta e le idee possono diventare un problema quando sono troppo avanti per il loro mondo.
Da un hotel all’altro
New York negli anni Venti e Trenta era una città spietata con chi aveva perso il treno del successo, e lo è ancora. Tesla lo imparò a sue spese spostandosi da un albergo all’altro con la precisione scientifica di chi calcola il momento di sparire prima che arrivi il conto. Il Waldorf Astoria, il St. Regis, l’Hotel Pennsylvania, il Governor Clinton.

Una spirale in discesa, tracciata attraverso Manhattan. Nel 1934 si fermò all’Hotel New Yorker, stanza 3327, e lì rimase. Sopravviveva grazie ad aiuti sporadici della Westinghouse e di qualche benefattore silenzioso, mangiava poco: latte, miele, pane, succhi vegetali. Una dieta che pian piano finì per indebolirlo senza che nessuna nuova idea arrivasse, per risollevarlo.. Le sue vecchie eccentricità, che un tempo erano state divertenti, diventarono pian piano patetiche, il segno di una mente che si stava indebolendo insieme al corpo. Parlava di un raggio della morte, di macchine per fotografare i pensieri. La stampa lo citava con quel tono tra il divertito e il pietoso che si riserva ai vecchi geni quando cominciano a sembrare matti. Ma non era matto. Era solo, disperato, senza più una speranza. C’era ancora una cosa sola che lo teneva in piedi. Ogni giorno Tesla usciva a nutrire i piccioni nei parchi vicini all’hotel, spendendo per loro cifre che non poteva permettersi. Per il becchime e per curarli quando si ammalavano, spese oltre duemila dollari. Tra quei piccioni ce n’era uno bianco, una femmina, a cui Tesla era legato in un modo che non aveva mai riservato a nessun essere umano. Quando il piccione morì, Tesla confessò che qualcosa in lui si era spento: il suo lavoro nel mondo era finito. Un uomo che aveva immaginato di connettere il mondo intero con l’energia elettrica adesso era solo; non era riuscito a restare connesso con nessuno.
L’ulltimo incidente e l’enigma
Nel 1937 un taxi lo investì mentre attraversava la strada. Ne uscì con le costole rotte e brutte lesioni alla schiena, ma rifiutò le cure, come aveva sempre fatto. Una diffidenza verso la medicina che aveva radici lontane e che finì per costargli cara. Ferito, dolorante, accelerò il suo Il declino fisico. Il cuore cominciò a cedere, la malnutrizione a scavare nella sua fibra, ch un tempo era stata d’acciaio.

La stanza 3327 diventò il suo unico mondo: le carte ammucchiate, gli appunti, i progetti che nessuno avrebbe mai letto mai più. Fuori, New York continuava a brulicare, illuminata da una corrente che portava il suo nome solo nei libri di fisica, e nemmeno sempre. Era stato derubato e dimenticato.Il 7 gennaio 1943 Nikola Tesla morì solo, all’età di 86 anni. La causa ufficiale fu una trombosi coronarica. Ma alcuni dettagli non tornano del tutto. Il corpo fu trovato solo il giorno dopo da una cameriera che fino a quel momento aveva rispettato il cartello “non disturbare” appeso alla porta con una diligenza che, a posteriori, fa quasi male. Non c’era nessuno in quella stanza: né amici, né familiari, né qualcuno che potesse dire di essere rimasto vicino fino alla fine.
Tesla, ignorato in vita, diventò ingombrante da morto. Sulla sua morte gli archivi dell’FBI si attivarono con una rapidità insolita. I suoi documenti furono sequestrati quasi subito dall’Alien Property Custodian, l’ufficio governativo che gestiva i beni degli stranieri. Ufficialmente le ragioni erano puramente amministrative. Ma ufficiosamente, Tesla aveva parlato per anni di armi, di raggi, di tecnologie che i militari non volevano lasciare in mani sbagliate o semplicemente abbandonate in una stanza d’albergo. Alcune carte furono restituite anni dopo, altre no. Il raggio della morte (se mai esistette qualcosa di simile) non fu trovato, o almeno questa è la versione ufficiale. Il dubbio, nei meglio informati, è rimasto.
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Al funerale, il 12 gennaio alla cattedrale di St. John the Divine, arrivarono oltre duemila persone: scienziati, dignitari, giornalisti. Un tributo sontuoso, come si conviene ai grandi, che arrivò quando non serviva più a niente. Lo stesso anno la Corte Suprema degli Stati Uniti gli riconobbe formalmente la paternità su alcuni brevetti della radio, che per decenni erano stati attribuiti a Marconi (e che per noi italiani resteranno per sempre gelosamente nazionali). Ma a quel punto Tesla non poteva più saperlo, eppure sarebbe bastata una frazione di quei soldi per curarlo, o per garantirgli qualche anno felice. Oggi il suo nome è ovunque, lo porta un’azienda che vale centinaia di miliardi. Tesla è diventato quello che non aveva mai voluto essere in vita: un’icona sulla bocca di tutti (o, trattandosi di auto, sarebbe forse meglio dire sotto il sedere di tutti). Il suo nome è un simbolo di progresso, uno status symbol di ricchezza. Quella stanza 3327 dell’Hotel New Yorker esiste ancora. Ma nessuno ha ancora pensato di metterci una targa. Il destino di un grande, che ha inventato quasi tutto, e a cui non è rimasto niente.
Antonio Pintér —copyright Boomerissimo.it®


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