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Duilio Loi pugile

Duilio Loi vs Mafia: il no che gli è costato sei anni

A Miami, nel 1954, un pugile italiano di 164 centimetri si trovò di fronte agli emissari di un gangster. Gli proposero tre incontri truccati, tanti soldi e un futuro. Lui disse no

Se alcuni match di boxe e i nomi dei pugili riesco a ricordarli anche io è evidente che in passato fosse uno sport molto più popolare di quanto lo sia adesso. La guardavo sul divano da piccolina con mio papà, ben attenta a schivare i colpi che lui sferrava per l’estremo coinvolgimento.

Duilio Loi pugile
Duilio Loi e Frankie Carbo Boomerissimo.it®

Sono anni che non mi capita di guardare non dico un match completo, ma almeno un round. E’ successo qualcosa negli anni che hanno trasformato me da una bambina ad una persona nella spasmodica attesa della pensione. Fino agli anni 80 la boxe in Italia era uno sport di massa, avevamo campioni che diventavano veri eroi nazionali e forte copertura mediatica. Oggi non è più così. Le cause principali sono la parcellizzazione delle cinture (quattro federazioni principali + minori), il passaggio al modello pay-per-view che ha ridotto l’accesso gratuito, la mancanza di star carismatiche dopo l’epoca d’oro e la concorrenza dell’MMA/UFC, più dinamico e meglio promosso. Un altro motivo è la pericolosità percepita e reale di un incontro di boxe.  Il pugilato espone a traumi cranici ripetuti e al rischio di Encefalopatia Traumatica Cronica, ma tutti gli sport di contatto ad alto impatto lo sono.  Non sono una passeggiata di salute rugby, football americano, hockey su ghiaccio. Per non parlare di sci, motociclismo, automobilismo ed equitazione, tutti con tassi elevati di infortuni gravi o mortali. La boxe non è morta, ma è diventata uno sport di nicchia. 

Il pugile che non doveva farcela

Miami, estate del 1954. Il caldo è umido, appiccicoso, il tipo di caldo che ti toglie il respiro e il giudizio. In una stanza, un pugile italiano di 164 centimetri ascolta un’offerta. Gli uomini davanti a lui non sono il tipo che si manda via con una stretta di mano e un sorriso. Rappresentano Frankie Carbo, lo Zar della boxe americana, un uomo che aveva fatto della violenza un mestiere prima ancora di fare dei soldi uno stile di vita.

Duilio LoiBoomerissimo.it®

L’offerta è semplice. Perdere di proposito. Incassare. E in cambio, una porta aperta nell’olimpo del pugilato, quello americano, quello dove si diventava leggende o si spariva. Duilio Loi li guardò. E disse no. Quella parola gli costò sei anni. Per capire il peso di quel no, bisogna capire chi era davvero Loi. Triestino di nascita, figlio di un sardo emigrato al nord, non aveva nulla di quello che i promoter americani cercavano per riempire i manifesti. 164 centimetri, struttura asciutta, nessun fascino da copertina. Eppure aveva qualcosa di infinitamente più raro nel pugilato degli anni Cinquanta: una testa fredda in un ambiente che premiava i muscoli caldi. Il suo palmarès parla ancora oggi con voce chiara. 126 incontri professionistici. 115 vittorie, 26 per KO. Solo 3 sconfitte. 8 pareggi. Una carriera costruita colpo su colpo, senza scorciatoie, senza favori. Eddie Perkins, che lo affrontò tre volte in carriera, disse qualcosa che vale più di qualsiasi statistica: «Ho combattuto tre volte contro Duilio Loi, ma ho incontrato tre pugili diversi». Non era un complimento di circostanza. Era la descrizione di un maestro tattico che studiava l’avversario come un chirurgo studia un’anatomia, e poi operava con precisione millimetrica, senza fretta, senza sbavature. Campione italiano dei leggeri. Poi europeo. Poi dei welter. Metodico e preciso, letale come una tossina a lento rilascio. Quell’estate del 1954, Loi aveva ventiquattro anni e un futuro che sembrava scritto. Invece qualcuno aveva deciso di riscriverlo.

Lo Zar che non aveva bisogno di corona

Paul John “Frankie” Carbo era nato nel 1904 a New York da famiglia siciliana. Prima di diventare il padrone invisibile della boxe americana, era stato un soldato della famiglia Lucchese e un killer di Murder Inc., l’organizzazione criminale che negli anni Trenta aveva trasformato l’omicidio su commissione in una vera e propria industria. Professionale, puntuale, discreta.

La foto segnaletica di Frankie CarboBoomerissimo.it®

Poi arrivò la televisione. La boxe professionale entrò nei salotti di mezza America, e Carbo, con l’infallibile fiuto degli uomini della sua specie per i soldi freschi, si tuffò nel nuovo affare portando con sé tutto il suo arsenale: violenza, intimidazione, e i contatti giusti nei posti giusti. Con Frank “Blinky” Palermo di Philadelphia, con Ettore “Eddie” Coco e James “Jimmy Doyle” Plumeri, aveva costruito quello che nel giro chiamavano semplicemente “The Combination”. Un cartello che controllava promozioni, manager, giudici e arbitri in buona parte delle categorie welter e medi. Nessuna licenza ufficiale. Nessun titolo sul biglietto da visita. Solo un nome che bastava da solo a chiudere i discorsi. Decideva chi combatteva per un titolo. E spesso, chi vinceva. Il sistema era brutale e funzionale al tempo stesso. Non tutti gli incontri erano truccati — sarebbe stato rischioso, avrebbe logorato la credibilità del prodotto. Ma quando The Combination decideva che un risultato serviva, quel risultato arrivava. Con la puntualità di un treno che non si può fermare. Chi si opponeva veniva escluso dal circuito che contava, tagliato fuori dalla televisione, relegato a match di periferia davanti a platee di duecento persone. O subiva pressioni di altro genere, il tipo di pressioni che non lasciano lividi visibili ma fanno male lo stesso. Gli esempi non mancano, e sono documentati con la precisione scomoda dei fatti reali. Il 14 novembre 1947, al Madison Square Garden, Jake LaMotta — quello di Toro Scatenato, per capirci, buttò deliberatamente l’incontro con Billy Fox al quarto round. Lo ammise lui stesso anni dopo, senza troppa vergogna. Aveva incassato circa 20.000 dollari da esponenti della malavita legati a Carbo. In cambio, una promessa di titolo mondiale. Promessa mantenuta. LaMotta divenne campione nel 1949. Il prezzo era stato una sconfitta recitata davanti a migliaia di paganti che credevano di vedere boxe vera.

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Nel 1954, lo stesso anno in cui Loi era a Miami, il campione mondiale dei welter Kid Gavilan perse la cintura contro Johnny Saxton a Philadelphia, con una decisione che fece scandalo anche tra chi agli scandali era abituato. Saxton era legato a Blinky Palermo, che a Philadelphia contava quanto un sindaco con le mani libere. Il giornalista Budd Schulberg, che seguì l’incontro per Sports Illustrated, scrisse di un verdetto comprato. Nell’ambiente della boxe lo sapevano tutti. Nessuno lo diceva ad alta voce. Questo era il mondo in cui gli emissari di Carbo avevano fatto la loro offerta a Duilio Loi.

L’offerta e il silenzio

L’offerta era persino generosa, nella sua franchezza. Tre incontri contro Joe Brown, detto “Old Bones”, allora uno dei pugili più ostici della sua categoria, destinato nel 1956 a conquistare il titolo mondiale dei leggeri e a difenderlo per cinque anni. A Loi bastava dire sì. Bastava fare quello che avevano fatto LaMotta, Gavilan, e decine di altri prima di lui, uomini con le loro ragioni, le loro pressioni, le loro necessità. Non è facile giudicarli da fuori e a distanza di decenni. Il sistema era costruito apposta per non lasciare molte alternative. Loi disse no.

Joe Brown – Boomerissimo.it®

Tornò in Italia. Continuò a vincere match regolari in Europa, a difendere le sue cinture, a riempire stadi come San Siro e come l’Amsicora di Cagliari davanti a pubblici che seguivano la boxe con una passione oggi difficile persino da immaginare. Ma il sogno americano era congelato. Senza passare per The Combination, le porte del grande mercato statunitense restavano chiuse, solide come una parete di cemento. Non fu un gesto romantico. Non fu il gesto di un ingenuo. Fu un calcolo lucidissimo sul costo dell’onestà e Loi aveva deciso che quel costo, per quanto alto, era l’unico che poteva permettersi di pagare. Gli costò sei anni.

San Siro, 1° settembre 1960

Erano passati sei anni dal no di Miami quando Duilio Loi salì sul ring di San Siro contro Carlos Ortiz, portoricano di New York, uno dei migliori fighter della sua generazione. Settantamila persone sugli spalti. Il fiato sospeso di un paese che in quel pugile aveva visto qualcosa di sé. L’incontro fu combattuto sul filo, con la tattica e la testa più che con la forza bruta. Loi adattò il suo stile con la cura di sempre, studio, pazienza, precisione. Vinse ai punti. Campione del mondo.

Duilio Loi vs Carlos Ortiz
Duilio Loi vs Carlos Ortiz (screenshot YouTube) – Boomerissimo.it

Due anni dopo riconquistò la cintura in un rematch contro Eddie Perkins, lo stesso che di lui aveva detto di aver incontrato tre uomini diversi ogni volta. La carriera di Loi si chiuse nel 1963. Nessuna sconfitta per KO. Nessuna accusa di combine. Nessuna macchia. Il regno di Carbo finì quasi in contemporanea, nel 1961, quando lui e Palermo furono incriminati per cospirazione ed estorsione. Carbo fu condannato a venticinque anni. Morì in carcere. Duilio Loi andò in pensione come era entrato nel pugilato: a testa alta, con i conti in regola e la coscienza pulita. Settantamila persone, quella sera di settembre, avevano urlato il suo nome senza sapere che stavano celebrando anche un no pronunciato in silenzio, sei anni prima, in una stanza di Miami.

Duilio Loi, sei anni perduti – Boomerissimo.it®

Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®

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