Il patriarca che aveva pianificato ogni cosa per il figlio maggiore. Un telegramma del 1944 glielo portò via. Da quel giorno il piano cambiò bersaglio. La vera storia dietro la dinastia Kennedy.
Agosto 1944. Il telegramma arriva a Hyannis Port. Parole asciutte, spietate. Disperso, presunto morto. L’aereo è esploso sopra l’Inghilterra. Joseph P. Kennedy Sr. lo legge e per un secondo, forse due, il mondo si ferma. Ma solo per un attimo. Per un uomo così non esiste un dolore che non sia anche, immediatamente, un problema da risolvere.

Joe Jr., il figlio più amato, quello su cui aveva puntato tutto, è morto. Il copione che Joe Sr. aveva scritto, riscritto, finanziato e oliato per vent’anni è appena saltato in aria insieme a lui. Bisogna scriverne un altro. In fretta.
Joe Kennedy Sr.
Joe Sr. era nato a Boston nel 1888, nipote di un irlandese che si era lasciato alle spalle la fame del 1849 e figlio di un boss di quartiere che aveva imparato la prima regola dell’America: i cognomi nobili non servono a pagare l’affitto, i soldi sì. Come guadagnarli è un problema tecnico, non morale. Per Joe quella regola sarebbe diventata una seconda anima. O forse l’unica.

Entra ad Harvard nel 1912. La sua passione non è lo studio e non eccelle. Ma si laurea, entra nel cerchio dell’America che, se tutto va bene, può contare. A venticinque anni si compra già una banca. Diventa il più giovane banchiere degli Stati Uniti. E lo diventa per la forza della volontà, non perché abbia ereditato nulla. Sa come si muove il denaro. Sa che quando si muove bene nessuno fa troppe domande. Negli anni Venti, gli anni ruggenti del boom americano, gioca in borsa e a differenza di molti altri ne esce vivo. Liquida tutto un attimo prima della crisi del 1929. O almeno questo racconta la leggenda di famiglia che, come tutte le leggende, va presa con un po’ di distacco. Con in tasca i soldi che molti hanno perso, è pronto per il salto vero. Qualcosa che conta più del conto in banca: Hollywood. Joe individua uno studio decotto, la Film Booking Offices, lo compra e lo rimette in piedi. Ha cinismo, talento, la disciplina finanziaria del banchiere e le alleanze giuste. Una, la più importante, è quella con la RCA di David Sarnoff. Il sonoro nel cinema è l’AI di quel tempo. Un game changer. Joe Kennedy Sr. lo sposa al punto da volere la nascita della RKO. Un’impresa che richiede milioni, parecchi. Lui ce li ha, e la RKO lo aiuta a moltiplicarli.
Gloria Swanson
Poi arriva Gloria Swanson. Bionda, statuaria, leggenda del cinema muto e star in difficoltà. Il letto di Joe Kennedy, tra il 1927 e il 1930, è la sua ripartenza, oltre che uno dei segreti meno segreti di Hollywood. Joe non si limita ad amarla, o a fingere di farlo: le gestisce la carriera, le riorganizza i conti, le produce i film attraverso una nuova società creata apposta per lei.

Quando il marito di lei, un marchese francese, comincia a diventare fastidioso, Joe non discute, non implora, non fa scene. Lo sistema. Un bel lavoro in Europa, fuori scena, lontano dal letto. Il problema viene risolto come si risolve ogni problema al cinema: organizzazione, soldi, regia. Non tutto funziona allo stesso modo. Finanzia Queen Kelly di von Stroheim, che costa una fortuna ma si rivela un flop clamoroso. Anche la storia con la Swanson finisce quando lei scopre che un regalo carissimo, un gesto da signore che doveva ammaliarla, è stato pagato con i suoi soldi. Lo ha addebitato sul suo conto. La galanteria non è il lato forte di un uomo che riesce a tenere tutto il resto sotto controllo, o quasi. Nel 1934 Roosevelt lo mette, con un gesto molto politico e poco etico, a capo della SEC. È un organo di controllo nato apposta per regolamentare le speculazioni con cui Joe si è arricchito. La volpe che controlla le galline. È una scelta assurda, ma che non si rivelerà sbagliata: Kennedy stabilizza davvero la borsa, prima di dare le dimissioni nel 1935. Vede per sé un futuro in politica e decide di ripartire da lontano. Vola a Londra nel 1938 per prendere il ruolo di ambasciatore, il primo irlandese cattolico a sedersi su quella sedia. Uno schiaffo per la vecchia Inghilterra, un tabù che salta per l’America. Per un momento, uno solo, sembra che Joe punti al gradino più alto: la presidenza. Che il film che sta scrivendo sia il suo. Ci si mette di mezzo un nuovo flop, più devastante di quello hollywoodiano. Punta tutto sulla sceneggiatura sbagliata. È isolazionista fino al midollo, pensa che l’Inghilterra sia spacciata e che l’America debba starsene a guardare. Lo dice, lo scrive. Quando Churchill prende il potere, la resa dei conti è inevitabile. Anche Roosevelt, che l’ha protetto fino a ora, punta ormai in una direzione diversa. Nel novembre del 1940 lo cacciano, con le buone maniere riservate ai ricchi. È la lezione che Joe porterà con sé per il resto della vita: lui in prima persona non funziona. È ormai bruciato. Il protagonista deve essere un altro.
Next generation
Torna al piano di riserva, che poi è quello originale. Nove figli, un trust fund da un milione di dollari a testa. Una dote da spendere quando servirà. Ha contatti a Wall Street, a Hollywood, nei corridoi giusti di Washington: tutto comincia a virare verso Joe Jr., il maggiore. L’erede al trono. È quello bello, atletico, senza la schiena rotta e senza i guai di salute del fratello. È popolare a Harvard, come si conviene a un Kennedy. Il percorso già scritto è perfetto: Harvard, divisa, politica, Casa Bianca. Joe Jr. ha tutto per diventare il primo presidente cattolico d’America.

Il sogno si spezza con un telegramma, quello del 1944. Resta John. Solo un ripiego, sulla carta. La salute è fragile, il look è quello di uno scrittore squattrinato, gli manca ancora l’allure del senatore. La famiglia non ci avrebbe scommesso un dollaro, ma ora è in prima fila e deve giocare. Joe Sr. non perde tempo a piangersi addosso: ammassa soldi, riattiva contatti. Spinge Jack al Congresso nel ’46, lo trascina verso il Senato del Massachusetts nel ’52, lo porta fino alla Casa Bianca nel 1960, gradino dopo gradino, sempre un passo indietro rispetto al figlio. Ha imparato a Londra sulla sua pelle che il suo nome, con tutto quello che porta dietro, è un peso che il ragazzo non si può permettere di portare. Meglio restare dietro le quinte e lasciare che sia Jack — giovane, pulito e presto fotogenico — a giocarsi la sua partita.
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Joe Kennedy Sr., quello che da noi resterà sempre e solo “il padre di Kennedy”, è il Kennedy sbagliato. Non potrà mai essere il regista della sua presidenza. Ma è l’autore di un film, una saga piena di drammi e di colpi di scena, di sorprese e di angoli bui, che Boomerissimo.it vi racconterà nelle prossime settimane.
Antonio Pintér – Copyright Boomerissimo.it®


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