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Carla De Vries e Hitler

La donna in rosso, il Führer: un filmato che non doveva esistere

Alle Olimpiadi di Berlino, una turista californiana di quarant’anni superò le SS e baciò il Führer. Lei raccontò la storia ai nipoti fino al 1985

Nessuno sa cosa passerà alla storia. Perlomeno è difficile, mentre lo si sta vivendo, che un avvenimento, all’apparenza normale entrerà nelle pagine dei libri. Forse non come evento definitivo, ma come un qualcosa che, a posteriori, appare completamente fuori  luogo.

Carla De Vries e Hitler
Carla De Vries e il suo gesto inconsulto – Boomerissimo.it®

Ci sono storie che sembrano inventate perché nessuno le scriverebbe così. Troppo assurde, troppo perfette nella loro comicità involontaria, troppo dense di significato per essere frutto di fantasia. Questa è una di quelle storie. E comincia, come molte storie americane, in un posto anonimo, Norwalk, California, una cittadina dei sobborghi di Los Angeles dove George e Carla De Vries gestivano una latteria di famiglia. George allevava vacche. Carla, evidentemente, aveva altri interessi.

Berlino

Era l’estate del 1936 e le Olimpiadi di Berlino erano l’evento dell’anno, forse del decennio. I nazisti avevano investito una cifra ingente per trasformare la capitale del Reich in una cartolina, per mascherare quello che stava per succedere.  Bandiere ovunque, stadi imponenti, ordine militare applicato persino alle aiuole. Era la prima olimpiade trasmessa in televisione, 41 paesi, per la prima volta nella storia. Hitler voleva che il mondo vedesse la Germania che lui aveva creato, potente, disciplinata, superiore. Quello che il mondo vide, invece, fu un  tantino diverso.

Owens sul podio a Berlino – Boomerissimo.it®

Jesse Owens, nero, nato in Alabama, vinse quattro medaglie d’oro e una signora californiana baciò l’uomo più temuto della terra sulla guancia davanti a trentamila persone. La storia di ironia ne ha fin troppa. Carla e suo marito George erano lì come turisti, nel senso più letterale del termine. Facevano quello che molti americani facevano e fanno tuttora. Viaggiano per l’Europa pensando che sia un  parco a tema, che tutti siano loro servitori, incuranti della storia e dei governi altrui. A loro mancavano i selfie,  ma girellavano per l’Europa per portarsi a casa qualche fotografia e qualcosa da raccontare. Il 15 agosto erano sugli spalti dello Schwimmstadion,  il palazzo olimpico del nuoto, ad assistere alla finale dei 1500 metri stile libero maschile. Hitler era in prima fila, seduto accanto al generale August von Mackensen. La folla era enorme. Il clima era quello festivo e controllato che i nazisti sapevano costruire con una certa maestria. Carla aveva con sé una piccola cinepresa amatoriale. Voleva una foto del Führer da vicino. Le guardie delle SS, la fermarono più volte. Non si passava. Non si fotografava. Non si entrava nella zona riservata. Carla accettò il diniego con quella flemma tutta americana che non accetta un no come risposta, ma al limite di dilazionare il raggiungimento del suo scopo. 

Il biglietto olimpico e l’idea 

Poi le venne un’idea. Semplice, quasi infantile nella sua logica, chiedere un autografo a Hitler. Un autografo era diverso da una fotografia. Un autografo si chiedeva, si tendeva un foglio e si aspettava. Carla si avvicinò alle guardie e domandò se Der Führer potesse firmare il suo biglietto olimpico, con la stessa faccia di tolla con cui i turisti americani chiedono di accompagnare una carbonara con il cappuccino. Sorprendentemente, le guardie dissero di sì e la fecero avvicinare.

Il momento del bacio – Boomerissimo.it®

Hitler era di buon umore, fonti dell’epoca lo descrivono in una delle sue rare giornate serene. Prese il biglietto, lo firmò e lo restituì. A quel punto, nella testa di Carla De Vries scattò qualcosa che lei stessa non sarebbe mai riuscita a spiegare del tutto. Si sporse oltre la ringhiera e tentò di baciarlo, (perché???). Hitler si ritrasse immediatamente, sottraendosi a quell’incontro di umori, con l’espressione di uno scolaro impacciato, goffo, quasi stupito, senza sapere cosa fare. Carla, per nulla delusa da quel rifiuto, ci riprovò. La costanza paga e quella volta le sue labbra sfiorarono la guancia del cancelliere del Terzo Reich. La folla esplose. Risate, applausi, qualche grido. Trentamila persone che ridevano del capo supremo. Hitler, in pubblico, mantenne una parvenza di controllo. Batté le mani insieme alla folla, come se stesse partecipando a uno scherzo di cui era consapevole e partecipe. Il Fuhrer era stato colto completamente alla sprovvista. La bocca serrata in un finto sorriso, gli occhi che cercavano le guardie del corpo senza trovarle abbastanza in fretta. Un brivido ghiacciato deve aver attraversato la schiena degli addetti alla sicurezza. Afferrarono Carla e la scortarono via. Lei tornò da George e gli disse, con quella calma disarmante che è il marchio di fabbrica degli americani in qualsiasi situazione: “Penso che faremmo meglio ad andarcene.” George concordò prontamente, in un baluginare di ragione. Tornarono in albergo. L’incidente era durato meno di dieci secondi.

La furia di Hitler

Alla Cancelleria del Reich, quella sera, Hitler, lontano dalle telecamere, poté dare sfogo alla sua furia. Non era il bacio che lo aveva infastidito, o, perlomeno, non solo. Ma per la domanda che il bacio rendeva impossibile ignorare. Com’era possibile che una turista americana di quarant’anni con un cappello rosso fosse riuscita ad avvicinarsi al Führer abbastanza da sfiorargli la guancia. E le sue guardie d’élite non solo erano rimaste a guardare, ma ce l’avevano persino accompagnata. Il ragionamento era logico e lineare. Se invece di baciarlo, la signora quarantenne avesse estratto una pistola, una lama, una granata? Abbiamo perso un’occasione. Diversi ufficiali delle SS furono licenziati o degradati. La sicurezza personale di Hitler fu riorganizzata e potenziata. Il filmato dell’iincidente fu censurato immediatamente in Germania, non solo non poteva circolare, non doveva esistere. Il Terzo Reich costruiva la sua forza sull’immagine dell’invincibilità e della disciplina e quell’immagine mostrava il Führer che indietreggiava davanti a una mamma californiana disarmata. Il filmato, però, non sparì del tutto. Riemerse decenni dopo dagli archivi. Si vede Carla che si sporge, Hitler che fa un passo indietro, la guardia che arriva tardi, la folla che ride. Meno di dieci secondi che il regime aveva tentato di cancellare dalla storia. Fuori dalla Germania il mondo seppe tutto immediatamente. Il New York Times del 16 agosto 1936 titolò “Woman in Red Kisses Hitler Before 30,000” e descrisse la scena con quella precisione narrativa che i giornali americani dell’epoca sapevano ancora permettersi. Il TIME del 30 agosto tornò sulla storia con una nota ironica, avvertendo che la prossima donna che avesse tentato qualcosa di simile avrebbe rischiato di essere “abbattuta sul posto”. E possiamo essere abbastanza certi che non fosse del tutto uno scherzo. Carla, interrogata dai giornalisti al suo ritorno in patria, spiegò il gesto con una semplicità che rende la storia ancora più assurda:

“Perché? L’ho semplicemente abbracciato perché sembrava così amichevole e gentile. Non so perché l’ho fatto. Certamente non avevo pianificato una cosa del genere. È solo che sono una donna di impulsi, suppongo.”

Il cognato commentò, con una certa sobrietà: “Voleva incontrare Hitler, ma sono sorpreso dal modo in cui ci è riuscita.” Tornata a Norwalk, Carla riprese la sua vita. La vita di una donna comune della California del dopoguerra. Se non fosse per quella storia. Storia che continuò a  raccontare fino alla fine. I nipoti la pregavano: “Dai, nonna, raccontaci di quando hai baciato Hitler.” E lei raccontava. Morì il 3 giugno 1985, all’età di 92 anni. Nel 1936 lo stesso uomo a cui aveva sfiorato la guancia stava per scatenare la guerra più distruttiva della storia dell’umanità. Lei non lo sapeva. Nessuno ne era ancora consapevole, anche se i segnali c’erano tutti. Alle Olimpiadi di Berlino i nazisti si erano messi il vestito buono,  qualche concessione agli atleti ebrei stranieri, le insegne più esplicite abbassate nelle vetrine, la propaganda ammorbidita per il tempo dei Giochi. Una messinscena straordinaria, che funzionò abbastanza bene da ingannare buona parte del mondo occidentale ancora per qualche anno. Un episodio che dimostrò quale era la ricetta del Reich, il terrore, quell’aura di controllo totale, di distanza incolmabile tra il Führer e il resto dell’umanità.

Il bacio proibito – Boomerissimo.it®

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Quel controllo che era venuto meno per dieci secondi, davanti a trentamila persone. Non davanti a un attentato, ma a un impulso. Quello di una donna che gestiva una latteria a Norwalk e che quella mattina si era alzata e aveva messo il cappello rosso per andare ai Giochi.

Antonietta Terraglia – copyright Boomerissimo.it®

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